Ha ragione il sindaco leghista: chi non paga non va in mensa

Succede che l’associazione dei genitori che gestisce la mensa dell’Istituto Comprensivo (che aggrega, cioè, scuole dell’infanzia, primarie e secondarie) di Adro, in quel di Brescia, si ritrova, per morosità nel pagamento delle rette, con i conti in rosso. Non potendo più far fronte alle spese essa comunica al dirigente scolastico che non distribuirà più i pasti agli alunni delle famiglie in ritardo (e qualcuna è in ritardo di un anno) con i pagamenti. Il dirigente si rivolge allora al sindaco della cittadina, Oscar Lancini, invitandolo a coprire i debiti (20 mila euri) della mensa scolastica. Il sindaco risponde che anche le casse comunali sono al verde e che la mensa non è un servizio obbligatorio. Al termine del «confronto», il dirigente scolastico, Gianluigi Cadei, si trova così costretto a comunicare alle quaranta famiglie inadempienti che «non sarà più possibile la permanenza a scuola dell’alunno/a nell’orario di mensa in quanto l’organizzazione scolastica non ha nessuna possibilità e risorsa strutturale ed economica per garantire agli alunni il pasto». Facendo questo episodio seguito a quello di Montecchio Maggiore, nel Vicentino, dove gli alunni figli di genitori insolventi furono messi a «pane e acqua» (che poi era «panino imbottito e acqua»), vedendo coinvolti dei bambini, essendo i sindaci di Adro e di Montecchio leghisti e risultando in entrambe le scuole una massiccia presenza di discepoli extracomunitari, il provvedimento preso all’Istituto Comprensivo ha dato e darà occasione di polemiche di taglio politico-umanitario che, come è norma, prescindono sempre dalla ragione del contendere. Che è molto semplice: la mensa non è gratuita. È un servizio a pagamento e il pagamento è di poco superiore ai quattro euri al giorno. In pratica, con quello che le famiglie spendono per acquistare, mettiamo, l’immancabile e imprescindibile zainetto, si assicurano due mesi di pasti caldi. Forse qualche famiglia è in condizioni economiche così precarie da non poter versare i quattro euri quotidiani per il desinare del figlio (anche se i soldi per lo zainetto generalmente escon fuori). In tal caso sia lo Stato come le opere caritatevoli sono pronte a intervenire con contributi in danaro o con strutture apposite. Ma se il rifiuto di pagare la retta attiene all’opinione molto condivisa e molto rivendicata che zainetto a parte tutto ciò che concerne, anche alla larga, l’istruzione debba essere gratuito e dunque gratuiti anche i pasti, allora è giusto che il sindaco di Adro punti i piedi. Diritti, noi cittadini italiani per non parlare di quelli extracomunitari ne abbiamo a bizzeffe. In cambio, ci si chiede - e si chiede agli extracomunitari - di rispettare qualche dovere. Come ad esempio il retribuire un servizio. Come ad esempio pagare più o meno puntualmente la retta per la mensa delle creature in età scolare. Quattro euri virgola qualche centesimo il giorno. È prevedibile, anzi, è sicuro che la così detta società civile, il giornalismo impegnato e vigilante (lo staff di Michele Santoro ha già preso contatto con una delle madri morose) e parte del mondo politico darà furiosamente addosso all’iniziativa del sindaco di Adro. Tirando in ballo il pianto dei bambini (smunti per la fame), umiliati dal non poter sedere al desco coi loro compagni. Insistendo sulla appartenenza leghista di Lancini e accostandola al fatto che la stragrande maggioranza dei quaranta alunni colpiti dal provvedimento è extracomunitaria. Lasciando così intendere - o anche denunciando a chiare lettere - che ci troviamo di fronte a un’altra bieca e condannabile manifestazione di razzismo. Tutto come da copione, insomma, tutta la solita sceneggiata. Alla quale Oscar Lancini può far fronte in un solo modo: tenendo duro, forte della sua ragione di buon amministratore della cosa pubblica.