"Ha scritto falsità". Il giallista Grisham finisce sotto processo

Il famoso autore accusato di diffamazione da un Pm e un poliziotto per l’«Innocente», il suo unico libro che racconta una storia vera

La citazione è arrivata qualche mattina fa, presto. Tribunale statale dell’Oklahoma, avviso di comparizione per il signor John Grisham. Accusa: diffamazione. Grisham forse stava scrivendo, comunque deve aver mollato tutto, preso il telefono e chiamato il suo avvocato: «Che cos’è questa storia?». Poi deve aver preso una copia di The Innocent Man, per controllare. Quel libro, il suo unico non inventato, il suo solo non romanzo, quello a cui lui dice di essere più affezionato, lo trascina a processo. L’azione legale contro il padre del legal thriller porta le firme del pubblico ministero Bill Peterson e del detective Gary Rogers. Sono loro i protagonisti delle indagini che nel 1982 portarono alla condanna di Ron Williamson e Dennis Fritz per lo stupro e l’omicidio della ventunenne Debra Sue Carter. Nella citazione, Grisham è accusato di aver diffamato gli investigatori perché nel libro «pieno di mezze verità, omissioni e notizie incomplete» sarebbero presentati con ironia se non addirittura sbeffeggiati per la loro inchiesta.

Grisham ha incassato e non ha commentato. Ha pensato che fosse meglio così: due anni fa, quando cercò di fare delle indagini da solo e incappò in una serie di reati, parlò troppo in fretta e scatenò un sacco di polemiche. Stavolta no. Per lui ha parlato Fritz, uno dei due uomini condannati ingiustamente: «Tutto quello che c’è scritto in quelle pagine è vero, anche se Peterson, che mandò in carcere due persone innocenti, oggi non vuole fare i conti con questa terribile verità». Con l’Innocente, per la prima volta nella sua carriera, Grisham ha fatto il giornalista: nel Cliente, nel Socio, nel Rapporto Pelican, inventava tutto. Qui no. Qui ha raccontato una storia vera, presentando spesso il lavoro come l’unico nel quale non ha usato la fantasia. Né personaggi, né trama. Tutto comincia una mattina di dicembre del 2004, quando lo scrittore legge l’annuncio della morte di Ron Williamson pubblicato sul New York Times: «Ex condannato a morte cinquantunenne che ha passato nove anni nel braccio della morte del penitenziario di McAlester, in Oklahoma, ed è arrivato a solo cinque giorni dall’esecuzione prima di essere riconosciuto innocente e liberato». Grisham s’è emozionato: «La storia era tutta lì, dovevo solo metterla insieme. Ogni volta che qualcuno esce di prigione dopo dieci o quindici anni dopo essere stato riconosciuto innocente, la gente si chiede come sia stato possibile. In questo libro ho voluto mostrarlo».

Il libro finirà nelle mani di un giudice, adesso. E Grisham si siederà su una di quelle poltrone scomode e scricchiolanti che racconta spesso nei suoi romanzi da milioni di copie. Accanto ci saranno i nemici, che nei film tratti dai suoi libri sono sempre brutti e cattivi, hanno volti marcati e atteggiamenti loschi. Il magistrato che lo accusa ha già la requisitoria pronta: «Il signor Grisham si è fatto prendere la mano, non ha saputo resistere alla sua vena da romanziere per raccontare una vicenda vera con ricostruzioni fantasiose». Poi toccherà a lui e al suo avvocato: porterà prove, documenti, testimonianze per dire che è tutto vero. Oppure verosimile. Per un romanziere non fa differenza, forse per un tribunale sì.