Ma ha senso che Lippi torni in nazionale?

Non ho mai amato molto le minestre riscaldate, i ritorni di fiamma, i tentativi di inseguire le glorie passate. Ciononostante, senza voler prematuramente affossare Donadoni, non sarei affatto sfavorevole ad un ritorno di Marcello Lippi sulla panchina azzurra. Per un motivo molto semplice: Lippi è, fra i tecnici in circolazione e liberi da impegni, quello che ha le migliori caratteristiche per guidare una nazionale. Lippi ha una virtù in particolare: sa fare gruppo. E che questo sia essenziale noi italiani lo abbiamo capito nell'ormai lontano 1982 quando un allenatore come Enzo Bearzot, bravo ma che nelle squadre di club non aveva mai ottenuto grandi risultati, portò gli azzurri al trionfo ai mondiali di Spagna. La sua arma vincente fu proprio la compattezza di tutta la rosa, in campo e in panchina. E la voglia di dimostrare che critica e tifosi si sbagliavano.
La stessa operazione vincente fatta da Lippi ai mondiali in Germania due anni fa. L'Italia non era molto accreditata eppure riuscì a vincere e, a mio parere, con merito. Buffon, Materazzi, Cannavaro, Pirlo, Gattuso riuscirono a trasmettere la loro grinta e il loro carattere a tutta la squadra. Uno spirito di gruppo che si vide sempre e in particolare contro l'Australia, la Germania e in finale contro la Francia.
E il ritorno di Lippi servirebbe a capire se davvero, per far bene, l'Italia abbia bisogno di uno shock iniziale. In Spagna, nel 1982, il nostro pallone era stato squassato dallo scandalo delle scommesse (lo stesso Paolo Rossi ne era stato travolto), quando partimmo per la Germania era appena esplosa Calciopoli.
Nel 2010 in Sudafrica, con Lippi in panchina, potremmo finalmente capire se conta di più uno scandalo o l'allenatore.