«Ha sofferto tanto, mai un lamento»

La testimonianza dell’infermiere che per quarant’anni ha curato il religioso

Biagio Cappucci ha settant’anni. Vive con donna Vincenza a San Giovanni Rotondo dove è nato e dove ha lavorato da una vita, per una vita: «Prima da infermiere generico poi ho frequentato il corso da professionale e quindi da caposala. Quarantuno anni nella Casa sollievo della sofferenza, da quel 5 maggio del ’56, il giorno dell’inaugurazione. Avevo 18 anni, per noi lui era già un santo». Cappucci mette assieme a fatica i ricordi, la sua voce prima incerta si fa poi calda: «Salivo la gradinata, la sua stanza era in fondo al corridoio, l’ultima a sinistra, un letto, un comodino sul quale era poggiato il messale, un crocefisso, il lavandino, una lampadina nuda pendeva dal soffitto, il bagno era in comune. C’era una piccola sala, di fianco, dove a sera incontrava qualche parente, qualche fedele particolare.
Padre Pio incominciò ad accusare disturbi all’orecchio, l’otorino disse che non si trattava di nulla di grave, il direttore sanitario mi chiamò e fu la mia grande prima emozione, dovevo togliere un tappo di cerume, pulire il frate che soffriva ma senza mai lamentarsi. Il santo non mi disse una sola parola durante quei minuti, soltanto “arrivederla”, mormorato, quando lo lasciai. Tornai nei giorni a seguire, per sistemare il sondino delle fleboclisi, per cambiare le bombole dell’ossigeno. Le mie visite erano brevi, gli baciavo la mano, coperta da un guanto che aveva lo stesso colore del saio, marrone, lasciava scoperte le dita, pregavo in silenzio l’ave Maria, uscivo tremando, pensando alla sua sofferenza. I chirurghi, ogni mattina, verso le nove meno un quarto, prima di entrare in sala operatoria, passavano tutti a salutarlo, cercando un conforto per la loro giornata. Ricordo il dottor Sala, ricordo il professor Lotti. Quarantuno anni di cure silenziose, ho conservato alcuni aghi dei sondini e alcune garze, queste le ho incollate a un quadretto del santo che ho regalato a ognuno dei miei quattro figli, Gian Pio che da garzone in una bottega di barberia a San Giovanni è diventato illustre nel suo negozio nel centro di Milano, Aldo finanziere, Mauro impiegato alla Casa del Sollievo e Alessandro che lavora all’ospedale di Manfredonia. Loro portano la memoria di quel tempo e, insieme con la memoria, la fede e il rispetto in un uomo che qualcuno ha sempre cercato di infangare. Le donne?» Qui Cappucci si infervora, donna Vincenza dappresso: «L’accesso al convento era proibito, in gruppo lo aspettavano lungo il corridoio che portava dalla chiesa, dove Padre Pio celebrava messa, al convento. I pellegrini arrivavano alle tre del mattino per occupare i primi posti. Ricordo uomini e donne che baciavano il cordone del saio, cercavano le sue mani, le sue parole. Mai, dico mai, ho visto una donna sola avvicinarsi al frate. I contadini gli portavano pane e patate, d’inverno il freddo era terribile, in convento non esisteva il termosifone come non c’erano televisori, soltanto qualche radio, i pellegrini passavano del bosco di San Giovanni Rotondo, tagliavano gli arbusti, i rami secchi se li mettevano come copricapo e andavano a rendere omaggio a Padre Pio. Il sangue? Non ho visto il suo corpo sanguinare ma sapevo, come sapevamo tutti, i medici di lui e di questo si occupavano, gli curavano le ferite e anche i fratelli del convento, frate Eusebio che oggi sta in Molise, frate Carmelo ormai scomparso, frate Fedele, che, nonostante gli anni, ancora oggi riceve i fedeli, erano i suoi angeli».
Il professore Francesco Lotti, bolognese, ex primario pediatra dell’ospedale, a San Giovanni Rotondo è un’altra memoria fresca, veramente storica la sua, nonostante gli ottantaquattro anni e qualche recente malanno al cuore: «Sono stato vicino a Padre Pio dal Trentanove al Sessantotto, ho lavorato per oltre 42 anni tra quelle mura e da una vita ho sentito, ho letto, ho saputo di queste storie ridicole e miserabili che non possono scalfire minimamente la figura del santo. Tutti sapevamo che in convento girava l’acido fenico diluito, serviva per disinfettare le stimmate, lui stesso era confuso per questo fenomeno straordinario che voleva nascondere e che da oltre un anno lo affliggeva, da prima che fosse scritta quella lettera all’amica farmacista. L’acido serviva al Santo per curare altri diciotto fratelli colpiti dalla febbre spagnola. Il professor Bignami, mandato in ispezione da Roma, spiegò che l’acido non avrebbe guarito le ferite, ne vietò l’uso ma, tolte le bende per due settimane, le mani e il corpo continuarono a sanguinare e per cinquant’anni quelle stimmate sono rimaste uguali, per scomparire appena prima della morte del santo. Il resto è miseria, il resto serve a fare soldi, Padre Pio non aveva doppiezze, Padre Pio non frodava, esistono documenti, libri, diari, testimonianze di un secolo».
«Vedrai - mi disse una sera - farò rumore più da morto che da vivo». Rumore dei vivi, beato, santo, demonio. L’acido fenico è di nuovo in vendita.