«Ha tradito il patto elettorale per tenersi i nostri rimborsi»

Roma «È più una questione di principio che di milioni di euro». Sbotta Giuseppe Pierino, ex parlamentare comunista calabrese, l’ultimo a lamentare lo scippo di una quota dei rimborsi dopo essersi alleato con Di Pietro. Pierino ha trascinato in tribunale l’ex pm denunciando di esser stato «raggirato». Pressappoco lo stesso raggiro di cui giurano di esser rimasti vittime antichi amici di Tonino, ovvero Elio Veltri, Achille Occhetto e Giulietto Chiesa.
Onorevole Pierino, alle ultime elezioni regionali del 2005 lei e Di Pietro eravate alleati. Poi cos’è accaduto?
«Più che alleati, sono stati loro, Idv e Comunisti italiani, a confluire nel nostro movimento, “Progetto Calabrie”. Insieme avevamo creato una lista che si chiamava praticamente come il nostro gruppo politico, “Progetto per le Calabrie”. Mettendo in campo personalità di livello siamo riusciti a ottenere ben 45mila voti, superando abbondantemente il quorum. Ma quando si è trattato di incassare i rimborsi elettorali, i vertici nazionali di Idv e Pdci hanno incredibilmente autocertificato che “Progetto per le Calabrie” è costituita solo da loro. Siamo stati tagliati completamente fuori, con l’avallo della presidenza della Camera che ha rigettato le nostre richieste».
Di che cifra stiamo parlando?
«Alla nostra lista vennero riconosciuti poco più di 85mila euro in rate annuali, in totale più di 400mila euro. Finora noi non abbiamo visto un centesimo».
Ma c’era un accordo ufficiale fra i tre soggetti politici?
«Certo. Il 5 maggio del 2005 noi dell’associazione, insieme ai due rappresentati di Idv e Pdci, Beniamino Donnici e Michelangelo Tripodi, formalizzammo tutto mettendo nero su bianco che il contributo elettorale sarebbe stato ripartito in parti uguali alle tre formazioni politiche. Secondo l’accordo, Idv e Pdci si impegnavano formalmente ad adoperarsi presso i loro uffici amministrativi nazionali, destinatari del contributo, per far accreditare al movimento Progetto Calabrie le somme ad esso spettanti. Ciò in considerazione del fatto che loro, a differenza nostra, avevano rappresentanza parlamentare».
Sono stati i segretari regionali a mettere in atto quella che lei chiama «scorrettezza»?
«No, sono stati i vertici nazionali a disconoscere la firma dei loro rappresentanti locali, sostenendo che non erano abilitati a sottoscrivere un accordo di carattere economico. Ma questa è una cosa che non sta né in cielo né in terra perché la tripartizione del contributo elettorale discende direttamente dalla semplice formazione e presentazione della lista unitaria».