Ha tradito il suo popolo ma basta un gol per la pace

L’acqua santa di un guaritore ha fatto effetto: i muscoli scricchiolavano, adesso lo stanno sorreggendo. E l’ultimo Michelone tedesco ha cominciato a dispensare palloni e sospiri. Non è un leader a novanta carati, ha il tiro che castiga ma finora non lo ha ancora cavato dal cilindro. Lui dice: non preoccupatevi, conta che segni la squadra. Non ha il preziosismo sudamericano e neppure la genialità latina. Ma è un tedesco con lo sguardo da guaglione napoletano e gli occhi da cinese. Un minestrone che si intravede pure nel suo calcio: ti fa assaggiare di tutto un po’, ma non sai mai quale sia il sapore prevalente. Ha classe, ha tiro, ha fiato, gioca da numero 10 ma talvolta sembra un 8. Calcia da lontano con la stessa facilità con cui un tennista palleggia in allenamento. Per il momento ha scelto il profilo basso. Contro l’Argentina ha faticato per tutti, senza pretendere la parte del protagonista. Ha trovato il feeling con Klinsmann e tien banco anche nello spogliatoio. Quattro anni fa si perse il bello della finale per un’ammonizione di troppo subita in semifinale contro la Corea. Qui sta migliorando di partita in partita, ma il suo popolo non gli ha ancora perdonato l’idea che abbia lasciato il Bayern per i danari di Abramovich. Basterà un gol per far pace.