Ha ucciso Hina per difendere l’onore: 30 anni non bastano

Va in onda il codice siculo pakistano, termine opportunamente coniato dal ministro dell'Interno ancora in carica, Giuliano Amato, proprio per ridurre, sminuire, avvilire la gravità delle violenze che le donne immigrate nel nostro Paese subiscono dai maschi delle loro famiglie in nome dell'Islam. Va in onda a Brescia, a porte chiuse, respinta la richiesta dell'Acmid, l'associazione delle donne marocchine in Italia, che da anni interviene come e se può contro le violenze, di costituirsi parte civile. Perché le porte chiuse? È semplice, per evitare che si guardi, si comprenda, si rifletta su quello che è stato fatto a Hina. L'Italia corre il rischio di diventare adulta, meglio di no.
Il primo processo tremendo per un crimine contro le donne che l'Italia seguì con ansia è probabilmente quello agli stupratori e assassini del Circeo. Allora si trattava di inchiodare dei fascisti, i riflettori erano perfetti, anche l'infermità mentale doveva essere evitata. Meglio sani di mente, ed ergastolani, che psicopatici. Ve lo ricordate Angelo Izzo? Sappiate che vive ancora in un carcere riservato ai collaboratori e ai pentiti, protetto, coccolato.
Il codice siculo pakistano è differente, come lo fu quello che Clementina Forleo ha tentato, per fortuna alla fine sconfitta, di applicare a un terrorista. Porte chiuse, meglio non vedere e non sentire che non sono uno, due, tre ergastoli, tutti da scontare, ma solo trent'anni la pena richiesta per l'assassino e progettatore numero 1, il padre, e per i due generi, che collaborarono solerti: che sono due anni, avete capito bene, per lo zio che aiutò a scaraventare Hina sgozzata dalla finestra della villetta, a scavare la fossa, a completare il rito di famiglia seppellendo la ragazza con la testa rivolta alla Mecca, per espiare anche da morta, la puttana. Che avrà fatto mai poveretto, per meritare più di due anni, che significa non entrare nemmeno in galera.
Il codice è certamente siculo pakistano. Nella sua requisitoria il pm Guidi ha infatti spiegato che la giovane Hina sarebbe stata uccisa per «salvare l'onore» della famiglia, e poco importa che l'abbia usata come aggravante invece che come salvacondotto, come si usava ai tempi di Divorzio all'italiana. Da che cosa si doveva salvare quella famiglia, che in Italia aveva trovato accoglienza e lavoro? Da abiti occidentali, voglia di discoteca, un lavoro, un fidanzato italiano, la vita normale da noi.
Era agosto, le donne della famiglia erano in vacanza in Pakistan, i maschi erano rimasti per controllare la reproba, dunque per preparare l'agguato. Hina è stata attirata nella casa di famiglia, una villetta vicino a Brescia come quelle dove viviamo noi, magari illudendoci che i vicini siano come noi, poi papino e i cognatini l'hanno intrappolata e l'hanno sgozzata, 20 coltellate con almeno due coltelli preparati per la bisogna. Lei era andata, coraggiosa fino all'ultimo, forse incosciente, forse semplicemente convinta che non ci fosse per lei altra soluzione che la sfida estrema, a confermare che non sarebbe tornata indietro sulle sue scelte, figuriamoci andare in Pakistan a sposare un cugino mai conosciuto. Io sono italiana, si ostinava a dire. Non l'hanno perdonata gli islamici, non glielo perdona l'Italia.
Se così non fosse, le parole pronunciate orgogliosamente dal padre, appena arrestato, sarebbero impresse a fuoco nella mente e nel cuore di tutti, addetti ai lavori e no. «Non volevo che diventasse una puttana come le altre. Hina si vestiva e si comportava da occidentale, addirittura era andata a convivere con un italiano cattolico». Addirittura.
Trent'anni sono pochi, anzi pochissimi, le porte chiuse sono una decisione grave, anzi gravissima, persino il rito abbreviato, che presuppone qualche sconto, concesso in ogni caso, è una scelta sbagliata, anzi sbagliatissima. Non chiedete oggi di parlare il linguaggio del compromesso e della mediazione che i tempi della giustizia richiedono. Il pm poteva e doveva chiedere l’ergastolo. La verità è che in Italia la pena massima non la sconta più nessuno, che per un omicidio si fanno quattro anni di galera.
Il padre cannibale di Hina Salem e i suoi complici si godranno il peggio dell'Italia, invece di marcire in carcere.
Lei ci aveva creduto, anche che l'Occidente le avrebbe salvato la vita. Mi vergogno.