Ha vinto Djokovic Non ha perso Nadal

In cinque ore e cinquantatré minuti la vita può cambiare tante volte. E quando, passata l’una e mezza di notte di Melbourne, sono cominciati i discorsi di rito, Rod Laver aveva gli occhi lucidi mentre gli eroi del tennis che avevano appena vissuto la finale più lunga di sempre, erano stremati e accasciati su due sedie in mezzo al campo per riuscire ad ascoltare i discorsi di rito prima della premiazione. In quel momento aveva appena vinto Djokovic, ma in fondo non aveva appena perso Nadal. È solo che la vita gli era cambiata in un attimo, ma questa volta nel modo sbagliato.
La finale dell’Australian Open che è diventata storia, quella delle centesima edizione, quella che ha battuto tutti i record degli Slam, è il classico esempio che il tennis è uno sport crudele: dopo una serie di break e controbreak, dopo che troppe volte il match era stato dato per risolto, dopo che si era perfino chiuso il tetto per colpa della pioggia (mai visto in due settimane di estate australiana), dopo che Rafa è stato pure 4-2 in vantaggio nel quinto set, dopo insomma 368 punti complessivi, ne è bastato solo uno, il trecentosessantanovesimo - quello dell’unico match point - per decretare il vincitore. E per confermare che Novak è una vera maledizione per Rafa.
Questa insomma è la storia del tennis maschile attuale: il numero uno che soffre il numero tre che soffre il numero due. Un triangolo Djokovic-Federer-Nadal che ha il serbo come vertice ma che non ha mai un finale scontato. Anche adesso che Novak vince quasi sempre, rigenerato forse anche da diete e barrette talmente personali da doversi celare dietro un asciugamano durante i cambi di campo per non farsi rubare il segreto (immagine finita su Facebook per allietare gli amanti della dietrologia). Tutto funziona però: 7-5 al quinto con Murray in semifinale e 7-5 al quinto - e che quinto - con Nadal. Per ulteriori spiegazioni meglio citofonare al suo mental coach.
E quindi la stagione del tennis ricomincia con un match epico che resterà per molto negli occhi di tutti: l’ultima volta fu quando Nadal battè Federer 9-7 al quinto a Wimbledon nel 2008, ma allora si usava il fioretto pesante, qui è stata questione di clava. Una partita che poi ha fatto dire a Nadal - che alla fine del quarto set, dopo aver conquistato il tie-break, si è buttato a terra come se avesse vinto - «ricorderò per sempre questo match anche se ho perso» e a Djokovic «spero di giocarne ancora molte di finali così». Forse mentivano un pochino, ma a quel punto la fatica era dimenticata e restava solo l’adrenalina pura.
Insomma, ha concluso poi Novak, «abbiamo fatto la storia del tennis ed è un peccato che non ci possano essere due vincitori». Ed è questa la grande verità, anche se tutte le cifre confermano che in questo momento lui è il migliore, se è vero pure che nessuno prima aveva perso tre finali dello Slam di fila e per questo Nadal sa chi ringraziare. Djokovic, appunto, arrivato al quinto major della carriera, e che assomiglia sempre di più a Hulk, così come ha esultato dopo il punto finale. Uno che ha la forza di sapersi migliore. Rafa invece ha negli occhi lo stesso orgoglio di una volta ma non le stesse certezze, non sembra più lui, in pratica, eppure è stato lì ad un punto dal prendersi la partita. Ed è questo quindi il verdetto della finale più lunga: dopo cinque ore e cinquantatré minuti sotto il tetto di Melbourne la vita all’improvviso è cambiata. E tutto è rimasto uguale a prima.