"Hai difeso Hina", aggredita a Milano leader marocchina

Dounia Ettaib spintonata e insultata da due connazionali per aver
partecipato alla manifestazione in memoria della pachistana
uccisa a Brescia. L’episodio nei pressi della moschea di viale Jenner: "Non parlare più dell’islam. Attenta, la bellezza non dura a
lungo&quot;. <a href="/a.pic1?ID=189544"><strong>La Santanchè: ci hanno lasciate sole</strong></a>

Milano - Aggredita alle spalle. Strattonata e minacciata. Dounia Ettaib, vicepresidente lombarda dell’«Associazione donne marocchine in Italia», è vittima di due suoi connazionali. A lei, che al processo per la morte di Hina Saleem ha deciso di mettere la faccia per denunciare l’estremismo islamico, hanno detto di stare «attenta alla bellezza». E glielo hanno detto stringendole il viso tra le mani.
Dounia racconta al Giornale che «era passata da poco l’una, stavo tornando a casa. Dietro di me, due persone mi hanno chiamata per nome». Un’aggressione mirata in viale Jenner, a poche centinaia di metri da una delle principali - e più controverse - moschee milanesi. «In due, uno alto e uno basso. Il primo mi ha insultata dicendo che non devo parlare per conto della comunità, l’altro mi ha spintonata contro il muro dicendomi di stare attenta alla mia bellezza». Non sa chi siano, Dounia, ma i due la conoscono.
L’hanno vista davanti al tribunale di Brescia, assieme ad altre duecento donne sotto lo striscione «Io sono Hina», mentre nel palazzo di giustizia si celebrava l’udienza preliminare per l’omicidio di Hina Saleem, la ragazza pachistana di 20 anni uccisa nell’agosto scorso dal padre (reo confesso) e per il cui delitto sono imputati anche altri tre familiari. Un omicidio maturato dopo il «consiglio di famiglia», durante il quale fu condannata per i suoi costumi troppo «occidentali». Proprio giovedì, l’Acmid - che è impegnata per l’integrazione delle donne straniere in Italia, per i diritti delle musulmane e «per rompere l’omertà che sorregge il patriarcato» - aveva chiesto di costituirsi parte civile nel processo che si celebra con rito abbreviato. Richiesta respinta dal giudice per le udienze preliminari Silvia Milesi. Ma Dounia si è esposta in prima persona. Per qualcuno, troppo.
Se la «colpa» di Hina è stata quella di voler essere una ragazza normale, quella di Dounia è stata voler farne una battaglia politica. Perché «il silenzio ci trasforma in complici dei suoi assassini». E infatti «mi hanno detto che non devo difendere la pachistana - continua nel racconto -, che devo smetterla di parlare di islamismo, che sono una prostituta proprio come Hina, e alla fine, mettendomi le mani sulla faccia, uno dei due ha detto che la bellezza non dura a lungo».
Fin troppo esplicita, la minaccia. «Ero terrorizzata, e lo sono ancora». Eppure, l’intimidazione è fallita. Perché Dounia sa che denunciare l’intolleranza può essere pericoloso. «Chi sceglie questa strada - spiega - deve mettere in conto di rischiare». E così è stato. «Abbiamo rischiato fino ad adesso: le quasi trecento donne musulmane che si sono trovate davanti al tribunale di Brescia e arrivate da Milano, Roma e Torino ne sono la prova».
E questa aggressione - su cui ora indaga la Digos di Milano - è la conseguenza. «Perché noi abbiamo sempre giocato in prima linea. Ma, è certo, continueremo a farlo. Non sarà questo episodio a fermare l’attività della nostra associazione».