«Hai stampato un libro sulla destra» Editore rosso processato dai no global

Gli autonomi nell’ufficio di Castelvecchi. Ha dovuto farsi fotografare con un cartello «riparatorio»

Luca Telese

da Roma

Nonostante tutti lo conoscano come un editore di sinistra, la sede della sua casa editrice è stata occupata da un presidio «antifascista». La sua colpa? Aver pubblicato il libro «Centri sociali di destra» di Domenico De Tullio, editore Castelvecchi 2006. Alberto Castelvecchi, intellettuale eclettico, sregolato e anticonformista non se lo aspettava. E così merita di essere raccontata la piccola irruzione, e l’incredibile richiesta fatta all’editore: una foto «riparatoria» con un cartello in cui si chiedeva la liberazione dei 25 imputati per le devastazioni avvenute a Milano durante la campagna elettorale da parte degli extraparlamentari che volevano impedire un corteo del Fiamma tricolore.
Castelvecchi, con tutte le cose che le sono successe nella sua carriera, lei che è stato editore di Bifo, Negri, e di Guy Debord se lo aspettava?
«No, certo non mi aspettavo un’occupazione».
Però lei sapeva che questo libro avrebbe suscitato polemiche?
«Certo, non era un argomento neutro è un racconto di un argomento estremo, ma un libro indispensabile per capire cos’è la nuova destra oggi».
È stata un’azione dimostrativa o violenta?
«Mi hanno atteso per due ore, civilmente, come dei fratelli maggiori che rimproverano un ragazzino».
Cosa le contestavano?
«Sostanzialmente due cose: in primo luogo aver pubblicato un libro sulla destra, e per di più scritto da un autore di destra».
Un crimine...
«Secondo loro si trattava di un’opera di sdoganamento dei fascisti oggettivamente apologetica».
Ma lei Domenico De Tullio dove l’ha trovato?
«Me l’ha presentato un collaboratore della casa editrice: è esattamente il fascista che non ti aspetti. Questi ragazzi leggono Kerouac e Pasolini, piuttosto di Evola. E quando gli chiedo della sua identità mi risponde “bisogna vedere cosa intendi per fascista”».
E lui cosa intende?
«Si rifà al fascismo movimento, alle cosiddette Osa, occupazioni a scopo abitativo, era una galassia finora inesplorata».
L’accusano di essere stato sedotto?
«Ma io non sono e non sarò mai l’amichetto dei fascisti. Ma non per questo rinuncio a discutere».
Ed è un’altra delle contestazioni che le fanno: «Con i fascisti non si parla, dicono...»
«Sì, secondo questi ragazzi, parlare con un fascista “significa legittimarlo” sono studenti di 20-25 anni, mi sembravano abbastanza inquartati, hanno appeso un cartello con scritto “antifascismo militante sempre”. Io ho spiegato loro che non vado in birreria con i fascisti, ma che soprattutto di questi tempi non accetto la logica del chiudersi del muro contro muro. Però ho cercato anche di spiegargli che non stiamo parlando di pericolosi nazisti, ma di una frangia estrema che opera nei centri sociali, con una logica speculare, ma simile alla loro».
Ma lei li ha sdoganati o no?
«Io ho pubblicato un libro. E lo rifarei».
È vero che le hanno chiesto di posare con il cartello «liberi tutti».
«Sì, e l’ho fatto».
Davvero, chiedo io?
«Certo, ma solo perché sono favorevole a qualunque amnistia, sempre».
L’accusano anche di aver fatto un’operazione commerciale...
«Ah, ah, ah, finora ha venduto pochissimo, arriveremo con fatica a 1.200 copie».
È vero che le hanno rimproverato di avere una camicia nera?
«Sì, sanno che la porto da una vita. E infatti gli ho risposto che ho visto più maglie nere al G8 che nel centro sociale di destra di casa Pound».