Hamas attacca Israele: torna l’incubo guerra

Abu Mazen accusa dell’attentato il proprio governo. Che sparisce per evitare rappresaglie

Gian Micalessin

È la cronaca di un attacco annunciato. Gli informatori ne parlano da tre giorni. I vertici dello Shin Bet cercano di prevenirlo, mandano le forze speciali a Rafah, prelevano nella notte di venerdì due militanti di Hamas. Non basta. Alle cinque di domenica mattina otto ombre sbucano da un tunnel alle spalle di Kerem Shalom, un valico e una postazione militare all’intersezione tra la Striscia di Gaza, l’Egitto e i territori israeliani. Strisciando per trecento metri sono arrivati alle spalle della torre d’osservazione israeliana che vigila sulla recinzione di Gaza, alle spalle del carro armato Merkhava e del blindato posizionati sulla stessa linea. Gli otto si dividono in tre gruppi. Il primo colpisce il Merkhava con un missile anticarro alle porte posteriori. Poi arrivano le granate. Due soldati dell’equipaggio muoiono sul colpo, un terzo è gravemente ferito, il quarto perde sangue, cerca di fuggire, finisce nelle mani dei tre attaccanti palestinesi. Le altre due cellule hanno meno successo. I due militanti impegnati a scalare la torre di controllo vengono colpiti dal fuoco dei soldati. Quello designato a farsi esplodere all’interno della postazione tira il cordino, esplode a mezz’aria, ferisce due soldati. Ma l’irreparabile è già successo. Le altre due cellule con il soldato israeliano ferito sono alla recinzione, la fanno saltare, rientrano a Gaza. Due carri si gettano nel varco guidati da un elicottero. Le forze speciali battono i villaggi, interrogano chiunque possa sapere. Ma è già tardi.
Alle sette i vertici di Tsahal si rassegnano. Il caporale 19enne Gilad Shalit va dato per rapito. Le Brigate Ezzedin Al Qassam informano che l’attacco è frutto della collaborazione tra il braccio armato di Hamas i Comitati di Resistenza Popolare e una formazione vicina al terrore jihadista internazionale battezzata Esercito Islamico. «È un terremoto che risponde alla strage di civili sulla spiaggia e all’eliminazione del nostro capo Jamal Abu Samhadana» tuonano i Comitati Popolari.
L’incubo incomincia. Un incubo israeliano e palestinese. Un incubo politico e militare. Il premier israeliano Ehud Olmert deve inventarsi una reazione. Marciando in forze nella Striscia di Gaza mette a rischio la vita del caporale e asseconda le richieste dell’estrema destra che da settimane lo accusa d’indecisione e invoca la rioccupazione. Rischia di dar ragione a quanti considerano il ritiro da Gaza un favore al terrorismo. L’incubo del capo di Stato maggiore Dan Halutz non è da meno. Deve spiegare perché nessuno abbia ascoltato le segnalazioni dello Shin Bet e perché nessuno abbia soccorso la postazione attaccata. Poi deve capire come riprendersi il suo caporale. Secondo i Comitati Popolari Gilad Shalit è ferito allo stomaco, ma vivo. E Abu Musanna, portavoce dei miliziani di Hamas, avvisa: «Per liberarlo vogliamo un compenso per il nostro popolo». Per i servizi segreti egiziani cammina sulle proprie gambe e sta relativamente bene. Dan Halutz mette sull’avviso la dirigenza di Hamas. «Siete coinvolti dalla testa ai piedi, il soldato è vivo, siete responsabili della sua vita». Ma è anche un’ammissione d’impotenza. Non può invadere, deve affidarsi agli informatori dello Shin Bet, tutt’al più può usare le forze speciali per qualche incursione mirata. Il premier Ehud Olmert accusa tutta l’Autorità Palestinese, dal presidente Abu Mazen al governo di Hamas, ma in fondo non pretende soluzioni diverse. Non vuole dar ragione all’opposizione. Vuole solo il caporale. Così, a tarda sera il governo fa sapere che - pur escludendo qualsiasi negoziato - non si prevedono risposte militari immediate al di fuori di quelle necessarie per individuare il rapito. Un’ammissione di debolezza, ma anche la consapevolezza di come mosse avventate possano vanificare quel ritiro dalla Cisgiordania diventato la parola d’ordine dell’esecutivo.
Se Israele piange, i palestinesi non ridono. Ismail Haniyeh se la passa peggio di tutti. È scomparso con tutti i suoi ministri per evitare una rappresaglia israeliana, ma la sopravvivenza fisica non gli garantisce quella politica. Venerdì sera ha concordato con il presidente Abu Mazen la fine di tutti gli attacchi sul territorio israeliano. L’incursione di Kerem Shalom ha chiarito che per l’ala dura le parole e le decisioni del premier non contano più nulla. Abu Mazen gli dà il colpo di grazia ricordando che la dirigenza di Hamas è l’unica responsabile del rapimento. Il problema maggiore forse è un altro. A Gaza forse nessuno è più responsabile di nulla.