Hamas cresce e Israele sta a guardare

L’attacco lanciato giovedì scorso da un commando di Hamas contro il kibbutz di Nahaloz presso la frontiera di Gaza ha due dimensioni: una militare e l’altra psicologica.
La dimensione militare sta nella vittoria riportata dal governo islamico di Gaza nel dimostrare la capacità di rompere l’assedio israeliano penetrando impunito attraverso le sue frontiere. Per Israele è una dimostrazione della propria impreparazione ad affrontare questo tipo di guerra «sotto casa». Il commando islamico non è solo tornato alla base dopo aver ucciso due israeliani ma ha attraversato due linee di difesa senza essere scoperto usando uno sbarramento di mortai per fare asserragliare nelle case, su ordine dei responsabili della sicurezza, gli abitanti del kibbutz mentre gli attaccanti si muovevano indisturbati.
La dimensione psicologica sembra creata da un teatro dell’assurdo. Hamas parla di vittoria nel rompere un assedio che non esiste perché è da Israele che riceve «per motivi umanitari» petrolio, medicinali, latte, farina eccetera. Minaccia l’Egitto (che non concede aiuti ai palestinesi) di penetrare sul suo territorio sapendo che non lo farà dal momento che il governo egiziano ha ordinato di sparare su chi violerà la frontiera, ma facendo cadere su Israele la responsabilità di questa assurda situazione.
In Israele c’è chi si rallegra del «miracolo» che ha fatto risparmiare al commando di Hamas il grande deposito di carburante indifeso di Nahaloz evitando un disastro umano ed ecologico. Non si tratta di un miracolo ma del fatto che gli attaccanti non volevano danneggiare il deposito che fornisce, per motivi umanitari, ad Hamas il petrolio che questi incamera sottraendolo alla popolazione per i suoi bisogni militari.
Non c’è da stupirsi se in questa situazione crescono le critiche contro il premier Olmert. È accusato di dirigere un governo incapace di difendere i propri cittadini dal tiro quotidiano dei razzi di Hamas, indeciso ora su come usare la sua forza per rispondere all’attacco sia per tema di perdere soldati, sia per dover affrontare critiche americane alla vigilia delle manifestazioni in onore del 60° anniversario della creazione dello Stato (15 maggio). Il presidente Bush ha promesso di parteciparvi utilizzando l’occasione per organizzare una nuova conferenza di pace in loco coi palestinesi, giordani e gli egiziani. Nonostante lo sforzo del primo ministro di guadagnare tempo cercando di raggiungere entro la fine dell’anno un accordo col presidente della Autonomia palestinese, Abu Mazen, la situazione dopo l’attacco di Hamas diventa per lui insostenibile.
Se Israele non reagirà entro maggio dovrà farlo in seguito affrontando un nemico che accresce giornalmente, secondo un recente rapporto dell’intelligence israeliano, il suo potenziale militare con l’aiuto della Siria e dell’Iran.