Hamas dice sì alla tregua A Gaza più di 1.000 i morti

Il movimento fondamentalista pronto ad accettare il cessate il fuoco proposto dagli egiziani, ma chiede il ritiro degli israeliani e la fine del blocco

Hamas stavolta ha detto di sì, ha piegato la testa, ha accettato la proposta di cessate il fuoco offertagli come ultima possibilità dall'Egitto. Secondo le indiscrezioni filtrate dalle sale del Cairo, sedi degli incontri tra mediatori egiziani ed emissari fondamentalisti, Hamas sarebbe pronto ad accettare una tregua di dieci giorni in vista di un accordo più ampio che prevede il ripristino degli accordi del 2005 e il ritorno della frontiera tra Gaza e l'Egitto sotto il controllo dei moderati di Fatah e degli osservatori dell'Unione Europea. «Abbiamo presentato agli egiziani alcune osservazioni sul piano per il cessate il fuoco a Gaza, ora aspettiamo la loro risposta», ha dichiarato ieri sera durante una conferenza stampa al Cairo Salah al-Bardawil, portavoce di Hamas nel Parlamento palestinese e membro della delegazione inviata in Egitto.

Nella conferenza stampa, al-Bardawil ribadisce le richieste di Hamas per un sì «al cessate il fuoco e, in particolare, la fine dell'offensiva di Israele, il ritiro delle sue truppe e l'apertura dei valichi della Striscia». L'arrivo al Cairo del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon sembra dunque coincidere con un'apparente svolta nella crisi. Le novità hanno ben poco a che vedere con la trasferta dello schivo Segretario generale, ma sono piuttosto legate all'approssimarsi di scadenze che nessuno sul campo di battaglia può ignorare.

La prima e la più drammatica è legata alla situazione di Gaza dove ormai i morti sono più di mille: i capi fondamentalisti, pur avendo risparmiato le forze ed evitato perdite troppo consistenti tra le file dell'ala militare sanno di dover fare i conti con rifornimenti di armi, missili e munizioni limitati, con la chiusura o la distruzione di gran parte dei tunnel e con l'esasperazione di una popolazione pronta ad accusarli di averla condannata alla morte e alla distruzione. Di fronte a queste considerazioni esposte con dovizia di particolari da Salah Bardawil e Jamal Abu Hashem, gli emissari fondamentalisti arrivati al Cairo dall'inferno di Gaza, il rappresentante della dirigenza in esilio Mohammed Nasr, arrivato da Damasco, ha dovuto far buon viso a cattivo gioco e rinunciare alle raccomandazioni dei suoi capi decisi, sulla base delle istruzioni iraniane e siriane, a respingere qualsiasi cessate il fuoco.

A rendere tutto più facile facendo ipotizzare una quasi certa disponibilità israeliana ad accettare la nuova proposta egiziana e a portar fuori da Gaza le proprie truppe concorre anche il calendario. La prima data critica è quella del 20 gennaio, data del giuramento alla casa Bianca di Barack Obama. Non risparmiare all'amministrazione entrante il cruccio di un conflitto aperto sarebbe alquanto irrispettoso e rischierebbe di rendere complessi i futuri rapporti tra Gerusalemme e Washington.

L'altra data cruciale è quella delle elezioni del 10 febbraio in Israele. Qualsiasi errore commesso da qui a quella data, qualsiasi passo falso sul campo di battaglia capace di cancellare gli apparenti successi e causare un'imprevista impennata nelle perdite civili o militari condannerebbe ad una sicura sconfitta il ministro della difesa Ehud Barak e quello degli esteri Tzipi Livni. Dunque almeno per la Livni e Barak questo è il momento migliore per mettere fine alle ostilità, come dimostrano i continui dissensi con il premier Ehud Olmert più propenso, essendo a fine carriera, ad una continuazione dell'offensiva.

Segnali evidenti di un'offensiva in esaurimento si registrano anche sul terreno. Pur avendo a messo a segno anche ieri circa 60 incursioni aeree contro depositi di munizioni, infrastrutture e abitazioni dei leader di Hamas, Israele sembra aver rallentato l'avanzata nel cuore di Gaza città e non dà segni di voler espandere la presenza sul territorio.