Hamas e Fatah battezzano il nuovo governo

Ha convinto Hamas, ma non gli americani. La disperata missione di Mahmoud Abbas, presidente dei palestinesi e degli accordi impossibili, è di nuovo a zero. O forse anche più giù. Il gran rifiuto è stato formalizzato ieri pomeriggio. Mentre il presidente incontrava il premier fondamentalista Ismail Haniyeh e riceveva le sue dimissioni per dare il via alla formazione del nuovo governo di unità nazionale, Washington definiva inaccettabili gli accordi della Mecca e l’intesa tra Fatah e Hamas. Per gli Stati Uniti quell’accordo non risponde a nessuna delle condizioni dettate dal Quartetto diplomatico (Usa, Ue, Onu e Russia) perché non prevede né il riconoscimento d’Israele, né la piena e completa ratifica degli accordi di pace pregressi tra Autorità palestinese e Stato ebraico, né la rinuncia alla violenza. Per Washington il nuovo governo palestinese poteva, dunque, anche non veder la luce. Gli Usa lo considereranno alla stessa stregua del precedente governo monocolore di Hamas, negandogli qualsiasi finanziamento e battendosi per la continuazione dell’embargo internazionale. La decisione, emersa dopo giorni d’assoluto silenzio, è stata annunciata ad Abbas mercoledì sera durante un colloquio telefonico con il vice segretario di Stato David Welch. La posizione è stata formalizzata ieri con una comunicazione ufficiale indirizzata alla presidenza palestinese dal console americano a Gerusalemme.
«Gli americani ci hanno informato di voler continuare il boicottaggio del nuovo governo guidato da Hamas – hanno annunciato i portavoce della presidenza palestinese –. I ministri di Fatah e quelli indipendenti presenti nell’esecutivo verranno trattati alla stessa maniera dei ministri di Hamas». Il no di Washington, per quanto seguito dall’assicurazione di voler continuare a dialogare con Abbas, rischia di delegittimare ulteriormente il presidente palestinese e di svuotare di significato l’incontro di lunedì a Gerusalemme con il segretario di Stato Condoleezza Rice e il premier Ehud Olmert. Se il vero scopo dell’inedito vertice a tre era il tanto auspicato rilancio dell’immagine di Abbas allora il Segretario di Stato americano sembra aver sbagliato mossa. Disconoscendo l’accordo della Mecca, Washington non riconosce anche la complessa tela negoziale tessuta da Abbas e rende inutile il suo sforzo di raggiungere un’intesa con Hamas. Quel triangolare, già preceduto dal no israeliano a qualsiasi accordo di sostanza, rischia dunque di trasformarsi in un puro evento mediatico. Il gran rifiuto americano rischia anche di amplificare lo scontro con la Russia e di rendere più difficile un’intesa con Unione Europea e Nazioni Unite nell’ambito della successiva riunione del Quartetto decisa per rilanciare i negoziati di pace.
Il presidente palestinese ha dovuto ieri lottare anche per risolvere le difficoltà dell’ultimo minuto sollevate da Hamas. La principale riguardava il conteggio dei ministri fissati dall’intesa della Mecca in dieci per Hamas, sei per Fatah e quattro per gli altri partiti palestinesi. Secondo Hamas i sei ministri di Fatah dovevano però comprendere anche Ziad Abu Amr, il candidato agli Esteri eletto al Parlamento come indipendente, ma formalmente allineato con il presidente Abbas. L’altro argomento rivisto e ridiscusso a lungo prima di annunciare le dimissioni di Haniyeh e il suo nuovo incarico per la formazione del governo è stato l’accordo per il controllo delle milizie di sicurezza. Solo dopo lunghe elucubrazioni il presidente e il premier hanno potuto annunciare l’avvio delle procedure per la formazione del nuovo esecutivo. Haniyeh non ha esitato a definirlo un passo storico, ma ha tralasciato di ricordare che il rifiuto del suo partito di ottemperare alle tre condizioni fissate dal Quartetto e il successivo “no” di Washington metteranno a dura prova anche la sua creatura politica, condannandola a sopravvivere senza dote e senza riconoscimenti internazionali.