Hamas minaccia attacchi kamikaze in Israele

Raffica di incursioni aeree: almeno sette morti e 30 feriti. Sventato un attentato contro Mahmoud Abbas

Rispondere ai missili Qassam e, se possibile, dare una mano al presidente Mahmoud Abbas e ai miliziani di Fatah. Israele sembra infine aver deciso la sua strategia. Gaza, invece, sembra un altro piccolo Irak sconvolto da una spietata guerra civile tra opposte fazioni e dalle incursioni del nemico di sempre.
A fare le spese della nuova svolta sono soprattutto i guerriglieri fondamentalisti. Dopo tre giorni di attacchi senza sosta alle infrastrutture e alle milizie di Fatah, dopo gli assalti al palazzo presidenziale di Mahmoud Abbas, le Brigate Ezzedin al Qassam, braccio armato di Hamas, devono fare i conti con le incursioni dell’aviazione ebraica, con le batterie di artiglieria semovente e i con carri armati già schierati a nord della Striscia. A fare più male sono come sempre i missili di aerei ed elicotteri. In poche ore radono al suolo il quartier generale della principale milizia fondamentalista, inceneriscono l’auto di un comandante delle Ezzedin Al Qassam, bersagliano un altro edificio utilizzato da Hamas, sventrano un furgone della Jihad islamica. Il bilancio, dopo questa raffica di incursioni, è di almeno sette morti, tra cui quattro miliziani fondamentalisti, e una trentina di feriti, molti civili.
Le rappresaglie diventano nei comunicati di Hamas l’occasione per minacciare la ripresa degli attacchi suicidi sul suolo israeliano. «Da questo momento - spiega il portavoce dell’ala armata Abu Obeida - tutte le opzioni sono aperte, comprese le operazioni di martirio». Il peggio per Hamas deve forse ancora venire. Soprattutto se le cellule armate continueranno a bersagliare il Negev e la cittadina di Sderot, colpita ieri da un missile che ha centrato una scuola e ferito due persone. Tsahal ha già pronti i piani per una nuova invasione della Striscia e per un’operazione simile a quella messa in campo nel 2002 per annientare i gruppi armati in Cisgiordania. Ehud Olmert, già a rischio dimissioni per la guerra in Libano della scorsa estate, esita a dare il via libera. La pressione di un’opinione pubblica esasperata dallo stillicidio di missili potrebbe presto fargli cambiare idea. Il ritorno di Tsahal a Gaza, indispensabile teoricamente per individuare e distruggere i nuovi arsenali di Hamas, nasconde, secondo l’intelligence militare, molte incognite. La prima riguarda le rinnovate capacità militari delle Brigate Ezzedin al Qassam, reduci, grazie all’apertura del valico di Rafah, da intensivi corsi di addestramento all’estero. Tsahal, una volta dentro la Striscia, rischia di dover fronteggiare sorprese simili a quelle già sperimentate la scorsa estate in Libano. E lo stillicidio di missili che accompagna sin dai primi giorni l’offensiva anti- Fatah è, a detta di molti esperti, una vera e propria provocazione studiata per costringere Israele all’intervento.
L’altra incognita all’esame dell’intelligence israeliana è politica. Rioccupando Gaza per un limitato periodo di tempo e disarmando Hamas, l’esercito israeliano può anche salvare il presidente Abbas e i miliziani di Fatah da un’umiliante sconfitta. Rischia però di isolarli completamente, spingendo l’opinione pubblica della Striscia a condividere le accuse di collaborazionismo rivolte da Hamas alla presidenza palestinese. L’eventuale aiuto alle forze moderate deve dunque sembrare una rappresaglia. Così è successo ieri, quando i missili hanno raso al suolo il quartier generale di Hamas, principale responsabile degli attacchi degli scorsi giorni alle residenze e alle milizie dei leader di Fatah. Quegli attacchi hanno trasformato Gaza in un territorio «off limits» per lo stesso presidente palestinese Mahmoud Abbas.
Nonostante nessuno a Fatah lo ammetta, il presidente ha dovuto ieri rinunciare, dopo la scoperta di un tunnel imbottito di esplosivo preparato da Hamas, al vertice con il premier fondamentalista Ismail Haniyeh, convocato per discutere come preservare il quarto e ultimo cessate il fuoco. Se il presidente è a rischio, i cittadini non lo sono da meno. «Vivere qui è diventato più pericoloso di quando c’erano gli israeliani - si lamentava ieri il 35enne Yad Aziz, farmacista di Gaza City -. Una volta sapevamo da dove arrivavano i proiettili. Oggi non sappiamo più nemmeno quello».