Hamas nella morsa di Gaza ora non esclude una tregua

Le truppe israeliane sempre più vicine al centro città Ma non si ferma la pioggia di razzi palestinesi

«Il cimitero è pieno, per cortesia non seppellite qui perché non c’è più posto». Da ieri il cortese e macabro cartello fa bella mostra davanti al più grande cimitero di Gaza City. Da lunedì sera nel centro e nei quartieri sud orientali della città da 500mila abitanti si combatte una delle battaglie più violente di questi 18 giorni di Piombo Fuso. Lunedì i carri armati avanzano nella notte, s’infilano tra i falansteri sudorientali di Tel Hawwa, corrono tra quelle sinistre insidiose torri disseminate di cecchini. Poi si scatena l’inferno. Mentre carri e aviazione aprono il fuoco contro le postazioni di Hamas, le forze speciali saltano nelle brecce aperte nei condomini dai guastatori e si lanciano alla conquista dei piani alti per posizionare a loro volta vedette e cecchini. Non tutto fila liscio. Quando una squadra di paracadutisti guidata dal sottotenente Aharon Karov entra in una palazzina, i muri sono scossi da un’esplosione, si piegano come un castello di carte sui militari. Due soldati se la cavano, il sottotenente viene estratto in condizioni critiche. Ma, come racconta il capo di stato maggiore, generale Gabi Ashkenazi. alla commissione difesa della Knesset, i militari devono far attenzione anche ai kamikaze in divisa israeliana pronti a farsi esplodere tra le truppe in avanzata. È successo numerose volte e il rischio, ricorda il generale, è sempre presente.
Intanto i palestinesi di Gaza City vivono nel terrore. «Siamo tutti nell’interrato, siamo spaventati, abbiamo messo la vibrazione ai cellulari per non farci sentire dagli israeliani, fuori ci sono solo carri armati e militari, gli uomini di Hamas sparano per pochi secondi e scompaiono», riferisce Talat Jadat, un residente 30enne di Tel Hawwa dove ieri gli scontri hanno causato la morte di 18 militanti e sette civili. Dopo queste e altre nuove perdite il bilancio da parte palestinesi supera i 950 morti, oltre cinquecento dei quali, secondo le stesse stime israeliane, sarebbero civili. Nonostante l’incessante avanzata, anche ieri dieci razzi di Hamas hanno colpito i territori meridionali dello Stato ebraico.
A questo punto tutti si chiedono quali siano le reali intenzioni dell’esercito israeliano. Sia il premier Ehud Olmert, sia il ministro della difesa Ehud Barak e quello degli esteri Tzipi Livni sostengono di voler continuare l’offensiva, ma intanto manca ancora un via libera ufficiale a quella fase 3 che prevede il dispiegamento di 10mila riservisti per espugnare le città della Striscia.
In attesa dell’arrivo nella regione del segretario dell’Onu Ban Ki Moon, tutti gli sguardi si concentrano così sulle trattative in corso al Cairo tra le delegazioni di Hamas e i negoziatori egiziani. Lunedì notte l’ex premier Ismail Haniyeh, leader dell’ala più pragmatica del movimento fondamentalista, ha annunciato per la prima volta la disponibilità a una tregua. «Ci confronteremo positivamente con qualsiasi iniziativa rivolta a metter fine all’offensiva», ha detto Haniyeh in un discorso televisivo registrato da un bunker segreto. Secondo Al Hayat, quotidiano arabo pubblicato a Londra, Hamas sarebbe pronto ad accettare la presenza a Gaza di una forza di soldati turchi incaricati di controllare il valico di Rafah. E a rafforzare la sensazione che una soluzione sia vicina contribuisce l’annuncio del negoziatore israeliano Amos Gilad di partire alla volta del Cairo per ascoltare le nuove proposte messe a punto dall’Egitto dopo i colloqui con Hamas. Nei giorni scorsi l’alto funzionario del ministero della Difesa aveva rinviato per tre volte la partenza in attesa proprio di queste novità.