Hamas: «Non riconosciamo lo Stato d’Israele»

Gian Micalessin

da Gaza

No, Hamas non rinuncia (almeno per ora) alla propria linea di intransigenza: «Non abbandoniamo la lotta armata né intendiamo riconoscere lo Stato di Israele». Lo ha detto ieri sera a Gaza Sami Abu Zuhri, portavoce dell’organizzazione estremista palestinese, gelando le speranze di chi aveva sperato in un ripensamento degli integralisti palestinesi dopo la loro recente vittoria alla elezioni nei Territori. Zuhri ha risposto alle richieste del cosiddetto Quartetto - Onu, Russia, Stati Uniti e Unione Europea - riunito ieri a Londra per esaminare la situazione determinatasi in Medio Oriente con il voto di mercoledì scorso. Così Zuhri ha precisato il concetto: «Il Quartetto avrebbe dovuto chiedere la fine dell’occupazione e dell’aggressione israeliane e non pretendere alla vittima di riconoscere l’occupazione e di fronteggiare, ammanettata, l’aggressione».
Il no di Hamas è gravido di conseguenze. Politiche ed economiche. Il costituendo Stato palestinese rischia di vedere crollare la sua fragile struttura amministrativa. Senza gli aiuti economici di Usa, Ue e di altri Paesi del mondo occidentale, vengono a mancare i fondi per il pagamento degli stipendi dei funzionari della macchina burocratica dell’Autorità amministrativa palestinese (Anp). Ieri mattina Ismail Haniyeh aveva convocato i giornalisti di tutto il mondo sotto casa sua. Mezz'ora dopo si faceva largo tra cavalletti e obbiettivi per lanciare il suo accorato appello. «Vi assicuro e vi garantisco che con noi al governo tutte le entrate saranno spese per pagare i salari, soddisfare le necessità quotidiane e costruire nuove infrastrutture». Il padre della metamorfosi di Hamas, l'uomo che ha guidato la corsa al Parlamento imbellettando e ricamando l'aggressiva e bellicosa immagine del partito dei kamikaze, voleva far volare la propria voce assai lontano. Parlava a Gaza, ma aveva un disperato bisogno d'esser ascoltato fino Londra.
Lassù, poche ore dopo il suo discorso, si erano riuniti i rappresentanti di Unione Europea, Stati Uniti, Russia e Nazioni Unite per discutere il destino finanziario del futuro governo targato Hamas. E Haniyeh si era lanciato con le buone intenzioni, ne aveva sparate così tante, in così pochi minuti, da far sembrare il vecchio e combattivo Hamas un nuovo partito liberale. «Vogliamo ricostruire il sogno palestinese, vogliamo farlo marciare nella giusta direzione, cancellando la corruzione, ripristinando la giustizia, rafforzando la democrazia e i diritti umani».
Poi le promesse si erano trasformate in accorata implorazione. «Vi chiediamo di comprendere la nostra situazione, dovete evitare le pressioni e aiutarci finanziariamente». La melliflua disponibilità di Haniyeh vale almeno un miliardo di dollari. Senza di essi, senza i 500 milioni di euro annui donati dall'Europa, senza i 300 e passa milioni di dollari elargiti in varie forme dagli Stati Uniti, senza le altre centinaia di milioni donati da Paesi arabi, asiatici e dalle grandi agenzie internazionali il numero uno di Hamas sa di non poter andare avanti a lungo. Ma lassù, a Londra, non tutti erano disposti a prender per oro colato le sue parole. Prima fra tutte la scatenata Condoleezza Rice impegnata in una battaglia per convincere il Quartetto a tagliare i fondi al nuovo governo fondamentalista.
«Tutti qui sono d'accordo su un principio - aveva tuonato il segretario di Stato americano alludendo ad Hamas -: non ci si può impegnare alla pace mentre contemporaneamente si continua a fomentare e praticare la violenza, i due princìpi sono semplicemente inconciliabili». Una tesi subito accolta dal Quartetto che, ignorando l'appello di Haniyeh, ha ricordato nella sua dichiarazione finale la «fondamentale contraddizione tra le attività dei gruppi armati e la costruzione di uno Stato democratico». La Rice - a Londra - non ha dimenticato di prendere le parti dell'alleato israeliano. «Dovete riconoscere Israele - aveva intimato ad Hamas - perché un governo palestinese deve prima di tutto essere determinato e convinto nell'operare per raggiungere la pace». E da Washington il presidente George W. Bush aveva ribadito che gli Usa non collaboreranno con un governo palestinese che includa Hamas, atteggiamento che cambierebbe, aveva detto Bush, se i vincitori delle elezioni riconoscessero lo Stato di Israele. In serata il no di Hamas.
Richieste e dichiarazioni assai simili erano arrivate anche dalla riunione dei ministri degli Esteri dell'Unione Europea a Bruxelles, concordi nel pretendere preventivamente dai vincitori delle elezioni palestinesi il pieno riconoscimento dello Stato d'Israele e la rinuncia ad ogni forma di lotta armata. Il no di Hamas è uno schiaffo che colpisce anche loro, non solo gli odiati Usa. Ma la dichiarazione di Zuhri va presa con le molle: bisognerà aspettare le prossime settimane per capire quali siano le reali prospettive di sviluppo tra i due arcinemici, Israele e Hamas.