Hamas ora sfida l’Anp: è una nostra vittoria, non deporremo le armi

Gli ultrà islamici manovrano per attribuirsi il merito del ritiro israeliano e sostituirsi alle forze regolari del governo di Abu Mazen

da Ashkalon

Macché ritiro, macché disimpegno. Oltre le muraglie di cemento e le recinzioni delle colonie indihar è l'unica parola usata dai palestinesi per spiegare l'addio israeliano a Gaza. «Indihar» significa sconfitta o messa al bando, ma in entrambi i casi il risultato non cambia. Nelle case palestinesi il ritiro israeliano non verrà ricordato come una concessione o una decisione unilaterale, ma come una sconfitta. È già successo in Libano nel 2000. Lì i guerriglieri sciiti di Hezbollah s'attribuirono, con il tacito consenso del mondo musulmano, il merito della cacciata di Tsahal. Succederà anche qui non appena le bandiere palestinesi sventoleranno sulle rovine delle colonie.
Per l'Autorità nazionale palestinese (Anp) e per il suo presidente Mahmoud Abbas (alias Abu Mazen) cantare vittoria non è solo un'opportunità, ma anche una necessità politica. Ignorandola rischierebbe di venir spazzato via dai fondamentalisti di Hamas pronti, da mesi, ad attribuirsi il merito della sconfitta d'Israele. Mahmoud Abbas ha ancora pochi giorni per conquistare l'anima e la mente del milione e 200mila palestinesi accalcati in questa striscia di sabbia lunga 45 chilometri e larga appena otto. La lotta per l’«indihar» è iniziata venerdì scorso. Mahmoud Abbas poco a suo agio con mortai e missili, ma veterano di trattative, negoziati e azioni di propaganda ha convocato militanti e sostenitori al porto di Gaza.
Una scelta significativa perché il primo risultato dell'«indihar» sarà il ritorno in mare di centinaia di pescherecci palestinesi bloccati per anni dalle restrizioni israeliane. Davanti pescatori e a migliaia di manifestanti il presidente s'è lanciato in una promessa spregiudicata e ambiziosa. «Da qui marceremo verso la creazione di uno Stato indipendente con capitale Gerusalemme».
Messa così la promessa finisce per regalar concretezza agli slogan dei coloni convinti che la debolezza dimostrata ritirandosi da Gaza metta a rischio l'intero Paese. D'altra parte il povero Mahmoud Abbas, uno dei pochi leader di Fatah invecchiato senza imbracciare un'arma, non ha scelta. I richiami alla moderazione e al dialogo con il nemico rischierebbero in questo momento di segnare la fine dell'Anp a Gaza. Le divisioni delle forze di sicurezza, la corruzione dei suoi funzionari, la debolezza politica del governo e la scarsa popolarità di gruppi come le Brigate Martiri Al Aqsa protagonisti di scorrerie delinquenziali rischiano di eclissare definitivamente la stella dell'erede di Arafat e della sua Fatah. Dall'altra parte l'integrità politica e morale di Hamas, la forza del suo apparato militare e le promesse di proseguire la lotta armata anche dopo il ritiro regalano consensi e popolarità ai gruppi fondamentalisti.
Non a caso, mentre il presidente palestinese parlava al porto, i responsabili militari di Hamas regalavano a stampa e tv lo spettacolo di migliaia di militanti delle Brigate Ezzedine Al Qassam in pieno addestramento. «Non consegneremo mai le armi e continueremo a combattere anche dopo il ritiro israeliano», prometteva Ahmed al-Ghandour, uno dei capi delle Brigate Ezzedin Al Qassam. Dispiegando un migliaio di combattenti e decine di jeep con le proprie insegne, l'ala militare di Hamas proclamava di fatto la propria trasformazione da organizzazione clandestina in esercito popolare capace di competere con le forze di sicurezza dell'Anp.
La prima battaglia tra i due eserciti si combatterà sulle macerie delle colonie. L'Anp ha già annunciato celebrazioni di massa per «conquistarle». Per anticipare Hamas e le decine di migliaia di bandiere verdi cucite nell'ultimo mese dalle sue organizzazioni femminili, il ministro palestinese Mohammed Dahlan ha già vietato il dispiegamento di qualsiasi insegna diversa da quelle dell'Anp. Ma dietro le quinte il presidente e i suoi uomini già si preparano a trattare. Rimangiandosi i no dei mesi passati, Abbas ha acconsentito a «colloqui» con i rappresentanti islamici per decidere la gestione dei territori abbandonati dai coloni.
Passata l'«indihar» israeliana Gaza rischia, insomma, di assistere anche alla «sconfitta» assai più concreta e devastante di Fatah e dell'intera Anp.