Hamas pronto al dialogo con Quartetto «Tratteremo, ma non ci piegheremo»

Il premier Hanyeh: «Il nostro popolo ha bisogno di pace». Ma i palestinesi di Fatah sono scettici. Israele: «Solo retorica»

«Tratteremo, ma non ci piegheremo». Ismail Hanyeh davanti al Parlamento chiamato a votare la fiducia ai suoi ministri riassume così il programma del governo. Un governo che, a dar retta al premier di Hamas, sarà pronto a dialogare con i rappresentanti del Quartetto diplomatico (Usa, Russia, Onu e Unione Europea), ma non chinerà il capo davanti alla comunità internazionale e non cambierà il suo programma per soddisfare chi minaccia di strangolarlo economicamente. «Il nostro popolo più d’ogni altra nazione sente il bisogno di pace, sicurezza e stabilità – ha detto Hanyeh –, per questo non risparmieremo nessuno sforzo per raggiungere una pace giusta nella regione». Il primo di questi sforzi punterà ad aprire un canale di comunicazione con i rappresentanti del Quartetto diplomatico. «Considereremo tutte le vie per metter fine alla lotta e riportare la calma nella regione» ha promesso l’esordiente primo ministro nel tentativo di confermare la sua fama di moderato. Non ha spiegato, però, come farà a dialogare se prima non soddisferà le richieste di un Quartetto che, prima di riconoscergli dignità d’interlocutore internazionale, pretende da lui il riconoscimento d’Israele e la sottoscrizione di tutti gli accordi già siglati dai precedenti governi dell’Anp. «Non abbiamo mai desiderato la guerra, non abbiamo mai inneggiato al terrorismo e ai bagni di sangue», ha detto, quasi sconfessando il suo passato di leader di un’organizzazione che ha rivendicato decine di attentati suicidi. «Il mio governo – ha promesso Hanyeh - si sforzerà di dialogare con tutti i Paesi, inclusa l’Unione Europea per regalare al nostro popolo una vita più dignitosa». Con la stessa enfasi e con la stessa passione con cui presentava il nuovo corso di Hamas il premier prometteva di non cedere alla pressioni economiche della comunità internazionale. «Chiunque pensi di usare la minaccia economica per costringerci a soccombere o per cancellare la determinazione e l’orgoglio del nostro popolo si sbaglia di grosso».
Il discorso di Hanyeh ha innescato le stesse reazioni incredule tra le file israeliane e tra quelle di Fatah, il partito palestinese fondato da Yasser Arafat. «Quella di Hamas resta per ora retorica e ginnastica verbale, fino a oggi tutte le dichiarazioni di Hamas che sembravano preludere a un cambiamento sono state sconfessate subito dopo», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri israeliano Mark Regev. E il deputato palestinese Saeb Erakat, veterano di tutti i negoziati, è sembrato in piena sintonia con il «nemico». «Non darò la mia fiducia a questo governo – ha annunciato Erakat al Parlamento - nel suo programma ci sono soltanto slogan, manca qualsiasi sincero impegno a soddisfare gli interessi nazionali palestinesi». E Mohammed Dahlan, l’ex capo della “Sicurezza preventiva” di Gaza diventato uno dei leader politici di Fatah, ha detto di aver notato «un cambio di vocabolario senza percepire un reale cambiamento di contenuti politici».