"Hamas pronto a negoziare con Israele"

Gaza è una gabbia e il movimento integralista si accorge di essere isolato e senza risorse. I carri armati israeliani entrano nella Striscia e creano una fascia di sicurezza. Rapida retromarcia dei fondamentalisti. Il mediatore Taha: "Un complotto, non volevamo il potere assoluto né creare uno Stato islamico"

Eretz (Valico tra Israele e Gaza) - La gabbia di Gaza è chiusa, sbarrata. I carri Merkava avanzano in una nube di polvere, s’infilano nella Striscia, disegnano la nuova Fascia di Sicurezza per bloccare i lanci di missili su Israele. Gli autobus dei fuggitivi palestinesi corrono in direzione opposta. Poche dozzine di uomini e donne con un marchio di Fatah pesante come una condanna. Israele ha scelto i loro nomi, ha fatto girare la roulette della libertà. Vanno in Cisgiordania, a Ramallah. Chi non è stato scelto, chi è rimasto in gabbia torna a casa sperando di ritrovarla intatta.

Dentro la gabbia neppure i vincitori sembrano felici. La voce di Ayman Taha, uno dei mediatori di Hamas nelle trattative del Cairo con Fatah, non sprizza entusiasmo. A sentir lui il gruppo fondamentalista non celebra la vittoria. «Non volevamo il potere totale – spiega al telefono – volevamo solo riportare l’ordine, farla finita con le bande di criminali infiltrati nelle forze di sicurezza, ma il presidente Abu Mazen ci ha teso una trappola e ha ordinato la resa totale. È stato lui a consegnarci Gaza. Era lui ad avere un piano non noi. Ora la Cisgiordania è solo sua e lui avrà tutti gli aiuti dell’Occidente per sé. Gaza per lui può anche diventare la nuova Somalia».

Le tesi cospiratorie dei dirigenti di Hamas sono un segnale del disorientamento che regna ai vertici dell’organizzazione. Dietro l’orgoglio di facciata e gli attacchi al governo «illegale» del presidente emerge un Hamas consapevole di aver fatto il passo più lungo della propria gamba. Svanita l’ebbrezza della vittoria, il movimento si rende conto di essere circondato, isolato, privo di risorse, percepisce la crescente inquietudine del milione e mezzo di prigionieri di Gaza e il rischio di veder disgregato il nocciolo duro dei propri consensi.
«Eccome se sono spaventato - urla al cellulare il 34enne Taher Mansur, impiegato disoccupato di un’organizzazione umanitaria - dicono di voler riportare l’ordine, ma potrebbero anche trascinarci verso un nuovo Afghanistan e trasformarsi nei nuovi talebani. Spero prevalgano i moderati ma, potendo, me la filerei immediatamente. Se Israele blocca gas e benzina e taglia acqua ed elettricità, come sopravvivremo? All’orizzonte vedo solo violenza, insicurezza, disoccupazione e povertà». Lo spettro integralista terrorizza anche Hanan, una madre di 37 anni che si definisce «donna liberata» e racconta di girare ancora senza velo e hijab. «Una situazione afghana o irachena sarebbe insostenibile, ci spingerebbe alla schizofrenia... dovremmo comportarci in modo diverso a casa e per strada... Come lo spiegheremo ai nostri figli? Che vita sarebbe? Abbiamo sofferto abbastanza, Hamas non può imporci anche questo».

Hamas per rassicurare Mansur, Hanan e gli altri terrorizzati sudditi ha iniziato un rapida e brutale retromarcia. L’idea di uno Stato islamico rivendicata con orgoglio dopo la sconfitta di Fatah è già stata rivista e archiviata. «A Gaza non c’è spazio per uno Stato islamico – rassicura suadente Ayman Taha -, sorgerà solo se e quando libereremo tutta la Palestina dal fiume al mare (espressione che indica anche i territori israeliani), noi lavoriamo nel nome dell’Islam, ma a Gaza non cambierà nulla, ciascuno continuerà la propria vita».
Sull’Iran, sui rapporti con Teheran, sulle frequentazioni dei militanti reduci dai campi di addestramento di Pasdaran e Hezbollah Ayman Taha non smentisce nulla. «Tutti li hanno visti uscire dal valico di Rafah e tutti sapevano dove andavano, ma non è stato l’Iran a costruire la nostra forza. I nostri uomini si formano combattendo Israele... Quando eravamo al governo il ministero degli Interni ha chiesto ai Paesi arabi e all’Iran di aiutarci ad addestrare le nuove forze di sicurezza e qualcuno ci ha detto di sì. Perché non rivolgete le stesse accuse a Fatah. I loro uomini si addestravano in Russia, Stati Uniti e Israele, ma nessuno ha mai detto niente».

La parola d’ordine di Ayman Taha resta comunque «scordiamoci il passato». Soprattutto quello recente. «Abbiamo concesso l’amnistia ai capi dei servizi di sicurezza e stiamo già lavorando con i gruppi di Fatah che non riconoscono il nuovo governo di Abu Mazen e vogliono ridar vita all’unità nazionale. Ma siamo disposti a riprendere il dialogo con tutte le fazioni. Per mettere fine all’assedio e difendere gli interessi del popolo palestinese siamo pronti a trattare con tutti, perfino a negoziare con Israele». E per confermare che non è stato né un lapsus, né un’interferenza telefonica, Ayman Taha lo ripete: «Ho detto proprio negoziare con Israele. Se servirà agli interessi del popolo palestinese faremo anche quello».