Hamas, Al Qaida e l’eredità del dopo Sharon

Massimo Introvigne

Quasi tutti i bollettini riservati di intelligence danno questa settimana come prima notizia quanto già avevamo anticipato su questo giornale: l’ultima mossa strategica di Sharon è stata riaprire i canali di comunicazione con la fazione di Hamas disponibile a una lunga «tregua» con Israele, interrotti dopo la guerra in Irak e l’eliminazione da parte dei servizi israeliani nel 2004 dei leader storici Yassin e Rantisi. Una fonte vicina agli stessi servizi, Debka Net Weekly, illustra un’ulteriore ragione per cui l’amministrazione Bush ha sostenuto, mentre il Congresso americano votava l’ennesima risoluzione contro Hamas, questa audace mossa di Sharon: «Hamas è percepita da alcuni circoli vicini al presidente come l'unica forza palestinese bene organizzata e obbediente a un comando centrale, insieme desiderosa e capace di opporsi alla penetrazione di Al Qaida a Gaza e al suo tentativo di entrare in Cisgiordania».
Il rischio che sia Al Qaida a sfruttare l’instabilità politica prodotta dal lungo addio di Sharon in Israele e in Palestina è tutt’altro che teorico. Mentre rimane in vigore una tacita tregua fra Israele e Hamas fino alle elezioni - Hamas non compie attentati, Israele non elimina fisicamente nessuno dei suoi capi - gli attentati e i tentativi di attentato continuano. Alcuni sono firmati dal Jihad islamico, il tradizionale rivale di Hamas nel mondo dell’estremismo ultra-fondamentalista. Ma la maggioranza è rivendicata da sigle nuove, di cui gli stessi esperti israeliani faticano a tracciare una mappa: Comitati per la Resistenza, Storm Raiders (un riferimento ironico all’operazione Desert Storm già utilizzato da Zarqawi in Irak), Battaglioni Ibn al Wahid (dal nome di un generale musulmano che sconfisse i bizantini nel settimo secolo).
Tutti questi gruppi sono il frutto della decomposizione dell’anima laica del terrorismo suicida palestinese, le Brigate dei Martiri al-Aqsa, teoricamente parte del partito Fatah di Abu Mazen ma da sempre indipendenti e incontrollabili. Le Brigate, che hanno firmato decine di attentati e il cui nome continua di tanto in tanto a comparire, ormai esistono soltanto sulla carta. La crisi della dirigenza palestinese le ha fatte esplodere in decine di gruppuscoli, ai quali si sono uniti disertori dalle mal pagate forze di sicurezza palestinesi (a oggi, il quaranta per cento degli agenti ha disertato). Alcuni gruppi sono rifluiti nella criminalità organizzata, altri si sono messi al soldo di agenti iraniani o continuano gli attentati in proprio. Nonostante l’origine laica delle Brigate, in questo mondo Al Qaida sarebbe riuscita a reclutare un centinaio di militanti per la filiale palestinese che sta cercando di aprire - e che Hamas vuole chiudere prima che nasca.
Che il problema sia serio è confermato, infine, dalle prove che emergono sull’affiliazione al network di Al Qaida di un’organizzazione terroristica che conta circa quattrocento militanti nei campi palestinesi del Sud del Libano, l’Esercito del Levante fondato da Abu Yusuf Sharqiya. È contro la saldatura fra queste forze e il nucleo di Al Qaida nei Territori che si muovevano le trattative segrete fra Sharon e l’ala «treguista» di Hamas. Come dice il proverbio inglese, però, per sedersi a mangiare con il diavolo bisogna avere un cucchiaio molto lungo. Sharon aveva l’autorevolezza e l’astuzia per cenare col diavolo Hamas assumendosi i relativi rischi. È difficile dire se i suoi successori vorranno e potranno continuare questa politica.