Hamas rompe la fragile tregua Pioggia di missili sugli israeliani

Quaranta missili Qassam e settanta granate di mortaio. Così le Brigate Ezzedin Al Qassam, braccio armato di Hamas, celebrano, ieri mattina, il 59mo anniversario della nascita d’Israele e annunciano la fine della tregua dichiarata lo scorso novembre. Nessuno di quel centinaio e passa di ordigni arriva a bersaglio. Solo qualche decina supera il confine della Striscia di Gaza ed esplode tra i campi senza colpire kibbutz e villaggi israeliani. Mentre i civili di Sderot e delle altre città bersaglio tirano il fiato, gli elicotteri israeliani iniziano la caccia alle cellule di Hamas. Ma non finirà in una mattina. Tutti lo sanno, la decisione delle Brigate di Ezzedin Al Qassam porterà nuova guerra, nuovo sangue, nuove rappresaglie.
«Il governo d’unità nazionale non garantisce l’immunità dei capi palestinesi», ricorda il ministro della Difesa israeliano Amir Peretz dopo un’incontro con il capo di stato maggiore Gabi Ashkenazi. E oggi il primo ministro Ehud Olmert valuterà con i capi militari l’opportunità di quell’operazione su larga scala invocata dal ministro agli Affari strategici Avigdor Lieberman «per garantire la sicurezza del sud d’Israele».
La fine della tregua, a dar retta ai portavoce di Hamas, è l’inevitabile conseguenza delle operazioni militari israeliane costate la vita negli scorsi giorni a nove palestinesi. «La tregua non esiste più, il nemico israeliano non l’ha rispettata e ora è venuto il nostro turno», fa sapere Abu Obaid portavoce del braccio armato di Hamas. Ma quei nove morti sono forse solo il pretesto per annunciare una decisione già presa e sancire la rottura con l’ala politica.
Certo nessun dei leader politici palestinesi si azzarda a condannare o rimproverare la scelta dei colonnelli. Dopo quei nove morti anche la struttura ufficiale del movimento aveva un disperato bisogno di soddisfare la voglia di vendetta dell’opinione pubblica. Ghazi Hamad, portavoce del premier Ismail Haniyeh, si guarda bene, però, dal sottoscrivere la ripresa delle ostilità e attribuisce alle «forze d’occupazione» la responsabilità «di un collasso della tregua». Per i capi politici i missili di ieri mattina sono dunque sufficienti. Per i colonnelli sono, invece, solo l’inizio di una nuova più dura fase di ostilità. L’esercito israeliano concorda e sostiene che quel fuoco di sbarramento era solo un diversivo per distrarre le truppe e tentare il rapimento di un altro militare.
«colonnelli» di Hamas puntano dunque a metter le mani su un altro ostaggio per aumentare il peso del ricatto e dimostrare che solo la cattura di altri nemici può garantire la liberazione di centinaia di detenuti. La rinnovata caccia all’ostaggio segnala anche la fine della fase di riarmo e riorganizzazione avviata lo scorso settembre dopo le rappresaglie innescate dalla cattura del caporale Shalit. La ritrovata forma militare non basta comunque a spiegare l’interventismo delle Brigate Ezzedin al Qassam. I colonnelli, in verità, scalpitano da mesi. La maggioranza non riconosce la linea politica della dirigenza di Hamas e, men che meno, quella di Ismail Haniyeh, primo ministro del governo dell’Autorità Palestinese. Per loro la partecipazione alle elezioni e le scelte politiche seguite alla vittoria del gennaio 2006 sono un fallimento. Dopo il vertice della Mecca e la riconciliazione con Al Fatah imposta dall’Arabia Saudita la frattura si è solo allargata. Da allora anche Khaleed Meshaal e gli altri falchi di Damasco stentano a controllare i loro militanti. L’apertura nel dicembre 2005 del valico di Rafah, la possibilità di accedere direttamente ai terminali egiziani del traffico di armi, l’opportunità di stringere contatti con emissari finanziati da Hezbollah o da Teheran e di inviare le proprie reclute in campi all’estero ha trasformato i signori della guerra di Hamas in una casta indipendente. Quella casta è pronta a contrapporsi alla dirigenza politica di Gaza e Damasco e a disinnescare il complesso meccanismo di decisioni collegiali che caratterizzava le scelte del movimento. Ma quella casta è a sua volta divisa. Molti si fanno attrarre dal magnete militar-finanziario di Hezbollah e Teheran. Altri fedeli preferiscono alla fede sunnita la deriva jihadista e Al Qaidista di alcune formazioni islamiche attive nel Sinai. Il risultato sono delle Brigate Ezzedin Al Qassam più armate e meglio addestrate, ma divise e prive di coordinamento con i vertici politici. Una deriva destinata a trascinare Gaza negli abissi della guerra senza ritorno.