Hamas sfida Sharon e Abu Mazen: «Il ritiro non ferma la lotta armata»

Il presidente palestinese annuncia elezioni per il 25 gennaio e firma un decreto per il controllo delle ex colonie

Gian Micalessin

da Gaza

Al Jundi al Majool Square, la Piazza del milite ignoto lasciata in eredità ai palestinesi di Gaza dai vecchi padroni egiziani sembra la piazza del militante mascherato. Loro sono una ventina, in mimetica, passamontagna nero e fascia verde con il primo versetto del Corano. Alcuni puntano l’immancabile kalashnikov, altri hanno in spalla un minaccioso lanciarazzi anticarro. I militanti delle Brigate Ezzedin al Qassam, braccio armato di Hamas, hanno per la prima volta messo da parte discrezione e segretezza e sono scesi nel cuore di Gaza City. Hanno circondato la piazza, allontanato la polizia e tirato su palco, microfono e altoparlanti. «Gaza non è la Palestina», strilla da lassù Abu Hobaida, un guerrigliero incappucciato portavoce dell’ala militare -, questo è solo l’inizio, dopo il ritiro dei sionisti non resteremo qui a guardare la terra occupata, non li lasceremo mettere le mani sulla moschea di Al Aqsa. Da qui inizierà la nuova intifada per espellere gli ebrei dalla Cisgiordania e liberare Gerusalemme. Nessuno si illuda, non consegneremo le armi, resisteremo con tutti i mezzi e risponderemo ad ogni attacco».
Le minacce di una nuova intifada per la «riconquista» della Cisgiordania sono rivolte a Israele, ma la sfida fondamentalista ha anche obbiettivi più immediati. Al vicino centro culturale Rasha al Shava sta per parlare Abu Mazen. Il presidente palestinese dovrebbe, stando alle condizioni israeliane per la ripresa dei negoziati, procedere al disarmo delle organizzazioni armate subito dopo il ritiro dalle colonie. Hamas, invece, sventola sotto il naso del presidente kalashnikov e lanciarazzi, mostrando di ignorare non solo le disgregate forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese, ma anche i missili degli elicotteri di Tsahal.
Il presidente, circondato da una barriera di guardie del corpo in assetto da guerra, si rivolge al «parlamento giovanile», un’assemblea di studenti espressione di tutte le organizzazioni laiche e fondamentaliste della galassia politica palestinese. Il tono monocorde e l’eloquio soporifero del presidente regala ai giovani la data, mai fissata ufficialmente, del prossimo voto parlamentare. «Le elezioni si svolgeranno in tutti i distretti mercoledì 25 gennaio - annuncia tra gli applausi -. Subito dopo fa un altro proclama importante. «Ho appena firmato un decreto che dà al governo il totale controllo sulle terre abbandonate da Israele e dai suoi coloni».
L’annuncio ha un triplice scopo. Il primo è impedire ad Hamas o ad altre organizzazioni armate la conquista con la forza di quei territori. Il secondo è evitare il rischio di una corsa alla nuova frontiera innescata dall’illusione di un possibile accaparramento. Il terzo è scongiurare una cessione di quelle terre a compagnie private controllate, come accadde dopo Oslo, dai caporioni dell’Anp.
L’esibizione senza precedenti dei militanti di Hamas nella vicina piazza è un segnale della dura lotta che il presidente palestinese dovrà combattere per mantenere la Striscia sotto il controllo dell’Anp.
«Questa vittoria non è stata conquistata con le trattative e i negoziati, né con le pressioni dell’opinione pubblica internazionale. Questa vittoria è arrivata soltanto grazie al sangue dei nostri martiri e ai colpi dei nostri missili Qassam. Per questo le terre liberate devono essere divise nel modo più giusto possibile. Per questo esigiamo di partecipare a tutte le decisioni riguardanti quei territori. Non permetteremo il ripetersi delle vergogne e degli episodi di corruzione seguiti ai trattati di Oslo», dichiara al Giornale Samy Abu Zohri, trentenne professore di storia diventato uno dei nuovi portavoce dell’ala politica di Hamas.
Tra Hamas e Autorità palestinese è insomma già lotta aperta. Ma non è una lotta facile. Il primo effetto del ritiro israeliano è quello di aver lasciato in totale stato confusionale i suoi nemici. Schierando apertamente le proprie truppe, Hamas lancia la sfida a Mahmoud Abbas e all’Anp, ma contravviene alle regole di segretezza e discrezione seguite finora dall’imprendibile capo delle Brigate al Qassam, Mohammed Deif. Promettendo di continuare la lotta in Cisgiordania, Hamas espone al rischio eliminazione sia i propri militanti, sia i candidati mandati a sfidare l’Anp nelle elezioni di gennaio. Mahmoud Abbas e l’Anp rischiano invece di ritrovarsi costretti a gestire la trattativa con il partito fondamentalista rinunciando a rilanciare i negoziati sulla road map con Israele. Un’impasse che regala maggior forza e più ampi spazi di manovra in campo internazionale a Israele e al suo premier Sharon.