Hamas: tregua, ma non riconosciamo Israele

Profondo malumore a Gerusalemme: Olmert insiste su un fronte internazionale che isoli i fondamentalisti, ma l’opposizione lo attacca

Roberto Fabbri

«Se Israele dichiarerà ufficialmente di essere pronto a tornare ai confini del 1967, a permettere il rientro dei profughi palestinesi, a distruggere il muro che ha costruito e a liberare tutti i prigionieri palestinesi, allora il nostro movimento farà dei passi nella direzione della pace». Ognuno può leggere questa dichiarazione di Khaled Meshaal, capo della delegazione di Hamas ricevuta ieri a Mosca, come più gli aggrada, ma sembra davvero difficile interpretarla come un’apertura. Se poi si aggiunge che la contestata missione di tre giorni a Mosca di Hamas è stata aperta da una lapidaria affermazione di un collaboratore di Meshaal, Mohammed Nazzal, contro il riconoscimento di Israele («È una questione chiusa, non intendiamo farlo»), lo spiraglio lasciato aperto da Meshaal appare per quello che è: un mero espediente retorico.
Non che lo stesso Meshaal, accolto a Mosca con la sua delegazione dal ministro degli Esteri russo Evgheni Lavrov, abbia espresso una qualsiasi disponibilità a ipotetici negoziati con il «nemico sionista». «Yasser Arafat è rimasto per più di dieci anni al tavolo dei negoziati con Israele, e come risultato Israele ha ucciso Arafat - ha detto il leader dell’ufficio politico di Hamas, che risiede in Siria - volete che ora Israele elimini Hamas?». Meshaal è convinto che i compromessi raggiunti da Arafat con lo Stato ebraico non abbiano portato alcun frutto: «Forse che qualcosa è cambiato nella posizione di Israele? - ha detto ai giornalisti -. No, Israele non vuole fare concessioni. Ritengo che oggi si debba costringere Israele a rispettare i nostri diritti».
Il riferimento di Meshaal è alla Road Map, il percorso diplomatico condiviso dal cosiddetto Quartetto (Usa, Europa, Russia e Onu) che dovrebbe portare alla pace secondo il principio «due popoli, due Stati». Hamas sostiene che Israele, sebbene vi si sia impegnato, non la rispetta e non intenda rispettarla. Il Cremlino, che è impegnato in un tentativo di recuperare attraverso il dialogo con Hamas e con l’Iran l’influenza in Medio Oriente che aveva in epoca sovietica, insiste nel pretendere dagli integralisti islamici vincitori a sorpresa delle elezioni palestinesi il riconoscimento di Israele, il rispetto per quanto loro compete della Road Map e la rinuncia alla violenza. E ci aggiunge il pressante invito ad assumersi responsabilità politiche trasformandosi in un partito.
Ma il massimo che Hamas è disposto a fare, e ieri i suoi capi a Mosca lo hanno ribadito, è promettere una tregua di un anno se Israele «si asterrà dalle violenze»; tuttavia il concetto arabo di hudna (tregua) non ha a che fare con quello di pacificazione e tantomeno con quello di riconoscimento dei diritti del nemico. Questa «offerta» è stata comunque presentata, in un comunicato del ministero degli Esteri russo, come «conferma della volontà di Hamas di non sottrarsi agli impegni inter-palestinesi del marzo 2005 riguardanti il cessate-il-fuoco».
Lavrov, a conclusione della prima giornata moscovita della delegazione di Hamas, si è detto «soddisfatto»: il capo della diplomazia russa può includere tra i risultati (o le promesse) conseguiti la disponibilità di Hamas a collaborare con il presidente palestinese Abu Mazen, esponente del movimento rivale Al Fatah, e a gestire con trasparenza i fondi destinati a Gaza e Cisgiordania. Più di tutto, il ministro degli Esteri russo può essere contento che Hamas, in cambio della «assunzione di un ruolo speciale nella questione palestinese» da parte di Mosca, abbia «dimenticato» il sacro dovere della solidarietà tra musulmani dichiarando che la questione cecena «è un affare interno della Russia».
In Israele, il tour moscovita di Hamas sta provocando profondi malumori, ma anche conseguenze sul piano politico. Il premier Ehud Olmert insiste sulla necessità di mantenere un fronte internazionale che faccia fronte comune isolando Hamas. Likud e laburisti, però, lo attaccano: i primi lo accusano di eccessiva remissività, i secondi lo invitano invece a puntellare Abu Mazen.