Hamas uccide 3 bambini per vendetta

Il mondo palestinese ha oltrepassate diverse linee rosse nelle ultime quarantotto ore. Ieri a Gaza l’assassinio a sangue freddo sulla soglia della scuola dei tre bambini di un alto rappresentante della sicurezza palestinese, il colonnello del Fatah Baha Balousheh, fra le tante sanguinose rese dei conti fra Hamas e Fatah è certo la più impressionante mai avvenuta. A quel che si capisce in queste ore, Balousheh era una bestia nera di Hamas per aver messo in prigione i suoi militanti dieci anni or sono; da allora, era stato oggetto delle attenzioni dell’organizzazione terrorista che aveva tentato di assassinarlo già un’altra volta. Ma Balusha era ben protetto, e così i terroristi hanno preso la vita dei suoi figli, bambini dai sei a nove anni.
Sullo sfondo della vicenda, la crisi isterica dell’Autorità Palestinese dominata dal governo integralista islamico; la frenesia di Gaza, densa di nuovi missili kassam, e ormai anche antitank e terra aria, ma povera di cibo, in cui aumenta la siderale distanza tra due parti, quella del presidente Abu Mazen (Fatah) e quella di Khaled Mashaal e del primo ministro Ysmail Hanie (Hamas). Le armi sparano mentre i politici non trovano nessun punto di equilibrio per quel governo di coalizione che potrebbe essere, al momento, una salvezza per i palestinesi.
L’altro scenario, da guardare in un solo sguardo insieme a questo per capire la situazione palestinese, è quello della visita del premier Hanje a Teheran: tappeti rossi di fronte a un grande amico e alleato, incontri con tutte le maggiori autorità religiose e secolari in cui Hanje svolge una parte mai assunta precedentemente dai palestinesi verso nessuno Stato amico, quello del membro di un’alleanza strategica. Insieme a Ahmadinejad nella sera di sabato, Hanje gli dice: «L’Iran fornisce ai palestinesi lo sfondo strategico per la loro lotta»; e poco prima ne ha spiegato la modalità all’Università di Teheran: «I bulli del mondo (gli Usa ndr) e i sionisti vogliono che accettiamo il furto delle terre palestinesi (che “appartengono all’Islam”, aveva detto in un incontro precedente), che fermiamo la Jihad e la resistenza e accettiamo gli accordi firmati con i sionisti. Ma noi non riconosceremo mai il governo sionista, e continueremo la jihad fino alla liberazione di Gerusalemme».
Ovvero, non accetteremo le condizioni del Quartetto che chiede di riconoscere l’esistenza di Israele. A queste promesse, Ahmadinejad ha risposto con le sue: l’Iran resterà in piedi spalla a spalla con i palestinesi, i palestinesi non si devono piegare alla pressione internazionale (del Quartetto), non ne hanno bisogno. Il governo khomeinista che ha già dato a Hamas in mano 120milioni di dollari da quando è colpito da embargo (l’ha testimoniato il ministro degli Esteri Mahmoud al Zahar), ha mandato a casa Hanje con un regalo molto consistente: il pagamento degli stipendi della milizia palestinese per sei mesi.
Le due vicende si connettono in un nodo fatale per la sorte della pace in Medio Oriente. La strategia della tensione sta creando una Gaza iranizzata come pedina strategica che non può contemplare trattati di pace. I rapporti fra Abu Mazen e Hamas sono rimasti in bilico a lungo, tanto che ogni giorno si aspettava l’annuncio, mai venuto, della formazione di un governo di coalizione. Abu Mazen ha annunciato che non ce l’avrebbe fatta a Gerico giovedì 30 novembre in una conferenza stampa insieme a Condoleezza Rice. Prima, Fatah aveva provato a dire in sostanza a Hamas: capiamo che non potete riconoscere Israele e fermare la jihad, ma cerchiamo di restituire credibilità internazionale al governo. Fornite dunque come vostri ministri accademici e studiosi, noi forniremo dei tecnici che gestiscano il lavoro quotidiano mentre voi potrete, liberi da questo compito, seguitare a professare le vostre idee. Pareva uno schema possibile alle due parti: ma la lista dei ministri di Hamas era poi risultata formata di islamisti più realisti del re; e quella di Fatah di personaggi sospettati di scandali finanziari. Ma più di ogni altra cosa ha impedito la formazione di un governo, ci dice il commentatore palestinese Khaled Abu Toameh, il fatto che la Siria e l’Iran si siano (secondo ambienti vicini a Abu Mazen) impegnati direttamente per far fallire ogni possibile stabilizzazione del governo. Essa sarebbe apparsa come un aumento del potere dei moderati di Abu Mazen, una vittoria della linea degli Stati Uniti in Medio Oriente. Proprio ora che ogni suo fronte sembra collassare, in Irak ma anche in Libano, dove gli Hezbollah mobilitano le masse contro il governo Siniora in funzione filosiriana e khomeinista. La «profondità strategica» dell’Iran rischia dunque, mentre impazza la conferenza negazionista di Teheran, di infettare ogni prospettiva di stabilizzazione, di neutralizzare ogni tentativo moderato.