Hamdi e i suoi fratelli: dal piccolo spaccio a terroristi «per caso»

Massimiliano Scafi

da Roma

Hamdi e suoi fratelli. Cinque, perché anche gli aspiranti kamikaze tengono famiglia. Cinque ragazzi come tanti, con gli occhi neri e un certo successo con le donne. Cinque, più qualche amico: ma quale «rete strutturata», dicono all’Ucigos, Al Qaida non c’entra, questo è solo «un gruppo estemporaneo», una gang di quartiere. Sognavano l’America, speravano di entrare nei college inglesi, si sono accontentati di studiare a Pomezia e di vivere a Colleferro. Ecco la Dynasty dei terroristi della porta accanto, ecco la saga dei cinque ragazzi del Corno d’Africa che volevano girare il mondo. Ma non c’è glamour nella loro storia, non ci sono party internazionali, non ci sono viaggi in top class, solo squallide periferie, lunghe attese sui muretti, piccoli spacci di droga e tanti rimorchi davanti ai call center. E qualche amicizia pericolosa, come quella che Hamdi aveva stretto con Muktar Said Ibrahim, ritenuto il cervello del 21 luglio. Cinque ragazzi che volevano lasciare un’impronta: e tre di loro entrando in carcere hanno lasciato quella del polpastrello.
Hamdi Adus Issac e i suoi quattro fratelli. Una banale storia di emigrazione clandestina, finita poi sugli schermi della tv a circuito chiuso della tube londinese, chiusa dalle retate della polizia italiana. Gli uomini del prefetto Carlo De Stefano, direttore del servizio centrale antiterrorismo, l’hanno ricostruita passo dopo passo. Remzi, il più grande, e Fethi, raggiungono l’Italia nel 1989, ottengono il permesso di soggiorno e trovano pure un lavoro. Due anni dopo arrivano gli altri: Hamdi, l’uomo della metropolitana di Londra, quello con la bomba nello zaino, e i due più piccoli, Abdullah e Wahib, affidati al servizio sociale internazionale e mandati a studiare prima a Colleferro e poi in un istituto professionale di Pomezia.
I cinque fratelli Adus Issac vivono insieme per qualche anno. Nel 1996 la famiglia si sparpaglia. I due grandi decidono di restare in Italia. Remzi rimane a Roma e apre un negozio di articoli africani a Via Volturno, dietro la stazione Termini, Fethi si trasferisce a Brescia, accumula un nutrito dossier come spacciatore di droga e vive in una villetta a schiera della periferia con una ragazza bosniaca, Elvisa, che gli dà una figlia. Abdullah parte per il Canada, dove conosce una ragazza, si sposa e conquista un permesso di lavoro. Hamdi e Wahib invece si procurano dei passaporti somali, si spostano a Londra e con la nuova identità ottengono lo status e il sussidio di rifugiati politici. Hamdi prende così il nome di Osman Hussein.
Il 21 luglio, dopo i falliti attentati nella metropolitana, Hamdi scappa velocemente da Londra. Fugge in treno, arriva in Italia via Parigi e il 27 viene individuato grazie alle tracce lasciate dal suo cellulare. Butta le schede, ne compra una nuova, ma è l’apparecchio a fornire alla polizia il segnale decisivo. Il giorno dopo viene localizzato a Roma, seguito dagli agenti dell’antiterrorismo e bloccato assieme al fratello Remzi mentre prega nella moschea di Centocelle. Nella perquisizione gli investigatori trovano il vecchio permesso di soggiorno scaduto e la conferma che Osman Hussein, somalo, e Hamdi Adus Issac, etiope, sono la stessa persona. Intanto, analizzando i tabulati telefonici, si scopre che tra il 26 e il 27 Osman-Hamdi ha parlato con qualcuno in Arabia Saudita.
Una conversazione significativa? L’antiterrorismo inglese e quello italiano «ci stanno lavorando». Gli esperti stanno anche indagando sul call center di Viale Volturno, proprio accanto al negozio di Remzi. «Ma dalle indagini - spiega il prefetto De Stefano - emergono contatti solo ed esclusivamente di natura familiare e amicale. È probabile perciò che appartenga a un gruppo estemporaneo piuttosto che a un’organizzazione strutturata». Sono venuti dalle Ambe per mettere in piedi una banda rionale. Terrorismo new-wave, fai da te, non per questo meno pericoloso. E pensare che quando viveva a Roma, come ha raccontato la sua ragazza dell’epoca, Hamdi aveva la passione per il basket e per la musica rap.