Hamilton, trionfo in Canada: "Sono da mondiale"

L’inglese centra il primo trionfo alla sua sesta gara in F1: "E pensare che non avevo mai visto questo circuito...". Ferrari in crisi: Raikkonen anonimo e Massa squalificato per non aver rispettato il rosso

Montreal - C’è un pilota prodigio, Lewis Hamilton, che ha vinto il suo primo Gran premio e sorride, e festeggia e alza lo sguardo al cielo per ringraziare il dio delle corse che gli ha regalato la prima vittoria in carriera. Non sa, Lewis, che il trionfo è tutto suo, perché il dio delle corse era impegnato in ben altro: a salvare, a tenere stretto al mondo Robert Kubica, il giovane polacco che corre con la dedica a papa Wojtyla sul casco. È una banalità, è un’ovvietà, ma viene spontaneo pensare che se Robert è uscito quasi indenne dal più brutto incidente degli ultimi anni, forse, c’è anche un motivo che non trova spiegazioni tecniche. Perché alla velocissima curva prima del tornantino, giro 28, Kubica ha perso il controllo della sua Bmw, duecentosessanta all’ora la velocità, la macchina che si impenna sull’erba e impatta di punta contro il guard-rail a rientrare, poi si capotta e striscia per centinaia di metri. Un botto, una decelerazione che neppure gli astronauti. Eppure gli abitacoli, eppure il famigerato “hans”, il sistema fatto di supporti e laccetti che àncora il casco all’abitacolo, gli hanno salvato l’osso del collo.

Per cui eccoci per fortuna e comunque a parlare di Hamilton che vince il suo primo Gp, eccoci a dire che sì, è ufficiale: la Formula uno, da ieri, ha il suo Tiger Woods. Di lui si sa già tutto. Stappa champagne mister Ron Dennis, boss McLaren-Mercedes, l’uomo che ha investito e creato e addestrato il ragazzo ora solitario in vetta al mondiale con 48 punti. Sei colpi, sei gp sono bastati al Tiger Woods dei motori per mettere in buca la prima vittoria, il sigillo che lo consacra al centro del mondo. Per la verità, e non ce ne sarebbe stato bisogno visto il vantaggio accumulato, Hamilton ha centrato la buca della prima vittoria anche grazie a un altro paio di colpi... e dire di fortuna è solo un educato eufemismo.

Perché due delle quattro safety car che hanno trasformato in uno spezzatino questa corsa sono sempre entrate un attimo dopo che il prodigio aveva fatto rifornimento. Per cui vittoria a mani basse, aiutata dalle simpatiche safety che hanno sapientemente allontanato da lui chi rimontava (vedi Massa in testa dopo il primo stop del giovane inglese, ma che non aveva ancora rifornito), o inguaiato chi inseguiva come Alonso (penalizzato con uno stop and go per aver rifornito in regime di safety). Il prodigio dirà: «Venire qui per la prima volta e vincere senza conoscere il circuito mi dà grande soddisfazione. Sono felice perché Robert (Kubica, ndr) sta bene - e Lewis prima di esultare ha chiesto notizie via radio del pilota polacco -, è un mio grande amico. Dedico tutto a mio padre, penso a quanti sacrifici ha fatto perché noi veniamo dal niente, penso a Indy, fra una settimana, dove voglio fare il bis perché ora il leader del mondiale sono io e il mio prossimo sogno è vincere il titolo».

I molti incidenti, il dramma sfiorato di Kubica, gli altri schianti di Liuzzi e di Trulli rendono l’idea del Gran premio dei botti e del grande miracolo. Rendono anche l’idea della corsa dei tormenti di Alonso, più volte lungo alla prima curva, capace di annegare nelle retrovie per poi risorgere un poco. Male, malissimo Raikkonen, colpevole di non aver mai regalato uno spunto (anzi sì, quando ha toccato Massa al via). Già, Massa: aveva saputo limitare i danni, ma quel semaforo rosso non rispettato all’uscita dal primo pit l’ha rispedito nel box. Bandiera nera per lui e Fisichella. Giancarlo è solo arrabbiato, Felipe è a pezzi. E in Ferrari c’è aria di crisi. Uscire così da uno dei fortini non è bello.