Hana, la madre invalida che sfida Sharon

Gian Micalessin

da Kfar Darom (Gaza)

«Chi mi spingerà fuori di qua si ricorderà per tutta la vita di averlo fatto. Il soldato che mi trascinerà via da questa casa non potrà mai perdonarsi di aver sloggiato un'invalida, di aver costretto lei e i suoi figli ad abitare in un prefabbricato. Chi ci guarderà negli occhi quel giorno non dimenticherà il nostro sguardo, non scorderà la nostra sofferenza e un giorno maledirà chi l'ha costretto a farlo. Non ci sarà violenza, non ci saranno atti ostili, sarà la nostra unica risposta a chi ebreo ha condannato alla deportazione altri ebrei». Neppure oggi, a cinque giorni dalla fine di tutti i suoi sogni, è facile dimenticare lo sguardo di Hana, un balenio nerastro in un volto slavato coperto da un velo bianco. Sotto, immagini la testa rasata imposta dalla legge ortodossa alle donne sposate. Di Hana sembrano muoversi solo quegli occhi neri, mentre il suo corpo immobile sulla carrozzina t'annega in un diluvio di racconti e parole.
Hodiya le sta accanto, le tiene la mano. Quel giorno di quattro anni fa aveva due anni, compiuti da poco. Hana Barat, 40 anni oggi, la teneva sulle gambe. Papà Eliezer guidava. Loro li aspettavano alle porte dell'insediamento, al cancello di Kfar Darom. Chana sentì gli spari, guardò suo marito sgommare in un inferno di fuoco, senti la pallottola uscirle dalla spalla, vide Hodiya sanguinare. Voleva prenderla, coprirla, proteggerla, ma il suo corpo non le rispondeva. Quando Eliezer fermò la macchina, Hodiya piangeva ancora. Chana disse «non sento più le gambe». Hodiya guarì in due giorni.
«Vai tesoro, mostra la maglietta ai signori». Hodiya scompare di là, torna con una canottierina ingrigita, screziata di macchie rugginose. Chana l'afferra, la mostra. «Le ho detto di non buttarla mai via, di conservare il sangue di quel giorno, di ricordarsi sempre che Kfar Darom è stato bagnato anche dal suo sangue». Hodiya osserva quel grumo della propria vita , l'accarezza a testa bassa. Dietro, sul lungo tavolo della sala da pranzo, dodici ragazze, dodici volti adolescenti. Mani strette alle tempie, occhi reclinati sui libri sacri. Nell'aria, a ogni silenzio di Hana, un salmodiare lento, esile come un sussurro. I salmi delle geremiadi, le lamentazioni per la distruzione del sacro tempio caduto per due volte sempre nel nono giorno del mese di Av.
Ma quest'agosto dalle colonie alla città santa il pianto per le sconfitte del passato si mescola alla sofferenza per il «tradimento» di Sharon, molto sentito in Israele se si pensa che la maggioranza degli elettori del Likud gli preferisce ormai quel Bibi Netanyahu che di ritiro da Gaza non vuol sentir parlare. Da qui, prima linea del disimpegno, fino al «sancta sanctorum» della tradizione ebraica, rabbini e militanti della destra religiosa lanciano l'estrema esortazione al Signore. «Per non farci cacciare dobbiamo farlo tutti assieme - ripete convinta Hana - solo così il Signore, forse ci ascolterà». Pregano le altre tre figlie di Hana, pregano le loro cugine e quelle delle quattro famiglie riunitesi per attendere tutti assieme l'inevitabile cacciata. Pregano e salmodiano, ondeggiando in una riverenza ancestrale, i settantamila fedeli assiepati al Muro del Pianto.
A guidare questa supplica di massa sono arrivati nella Gerusalemme antica l'ex capo rabbino Avraham Shapira e Ovadia Yosef, leader spirituale degli ultraortodossi dello Shas. Davanti hanno una catena di uomini barbuti e palandrane nere, di riccioli e kippa. Su quella distesa di vesti lugubri, strabordate oltre le mura antiche fino all'asfalto della moderna Gerusalemme, spiccano bandiere e fasce arancione diventate colore e simbolo della lotta al ritiro imposto dal governo. Un unico grande abbraccio politico e religioso unisce la città santa e la casa di Hana nella piccola Kfar Darom. Lì dentro Hana un anno fa ha avuto il suo ottavo figlio. Il primo da quando è rimasta bloccata su quella carrozzina. Hodiya le posa sulle ginocchia quel batuffolo di carne rosa e capelli biondi, corre via, torna con in braccio il tubo di piombo e le alette dell'ultima granata di mortaio piovuta davanti a casa. Sembra una sceneggiata macabra di vita e morte, l'insano folle gioco di una famiglia autocondannatasi a sopravvivere nel cuore di un conflitto per compiacersi nella propria sofferenza. Ma i cinquecento della piccola Kfar Darom la pensano tutti come Hana. E i mille intrusi infiltratisi notte dopo notte per dar loro man forte ai «forti» di Kfar Darom hanno fatto di Hana un simbolo.
Hana ti mostra il suo ultimo bimbo, il figlio del proprio strazio: «È nato lo stesso giorno in cui la Knesset approvò il disimpegno, l'ho chiamato Amichai Yisrael, significa “il popolo d'Israele vive”. Amichai è nato dal mio corpo ferito e sarà il simbolo della nostra resistenza ad ogni ferita».