Hancock deludente e prolisso A Pescara la star è Keith Jarrett

Il pianista ha dato il peggio di sé togliendo spazio alla sua band

da Pescara

Tanto di cappello al trentaseiesimo Festival internazionale del jazz di Pescara, che in pochi giorni ha proposto un cartellone intenso e importante. Si sono ascoltati il trio di Keith Jarrett - un po’ migliore rispetto al concerto di Torino di cui si è riferito - e il quartetto del vibrafonista Gary Burton con Pat Metheny, subito confrontato con un altro illustre vibrafonista, Bobbie Hutcherson, anch’egli in quartetto. A Hutcherson hanno fatto seguito il settetto di Herbie Hancock; e infine una serata nella quale si è ricordato il ventennale della scomparsa di Chet Baker a cura del quartetto di Enrico Rava, mentre la premiatissima grande orchestra di Maria Schneider ha recato un tributo di stile alla memoria di Gil Evans. Maria Schneider ha confermato di essere il più straordinario talento orchestrale emerso nel jazz negli ultimi venti anni, sebbene ogni tanto gli esperti se ne scordino. Rubiamo due righe a Stefano Zenni, commentatore eccellente del programma di sala, che di lei celebra la ricchezza della trama timbrica ereditata dai suoi maestri (Gil Evans e Bob Brookmeyer) e nello stesso tempo il sapiente ancoraggio al lessico «swing» delle big band.
Il Festival sarebbe stato perfetto, con alcune riserve per Bobbie Hutcherson un tantino monocorde e molte lodi in più per la struggente sapienza evocativa del quartetto di Rava, se non si fosse verificato l’intoppo del concerto di Herbie Hancock. Qualche spettatore di lungo corso lo temeva. È incredibile come questo stupendo pianista e compositore vada a corrente alternata.
Questa volta ha dato il peggio di sé, pur disponendo sulla carta di un gruppo magnifico. Abbiamo sofferto ascoltando Dave Holland confinato in un angolo al contrabbasso e al basso elettrico. Abbiamo apprezzato la voce soul di Amy Keys mentre ci è sembrata inutile, anzi dannosa, la presenza della seconda cantante. Anche Chris Potter, sax tenore fra i più dotati in circolazione, non ha potuto esprimersi al meglio. L’unico al quale siano state tolte le briglie è il chitarrista africano Lionel Loueke. Il torto peggiore, peraltro, Hancock lo ha fatto a se stesso, soprattutto trasformando in un brano interminabile e volgare una sua composizione famosa come Cantaloupe Island.