Hanif Kureishi, un’orgia per risolvere lo scontro di civiltà

Il disagio di una generazione anglopachistana travolta dalla storia. Quarantenni, integrati, colti: si erano dimenticati dell'islam. Dopo l'11 settembre gli restano solo sesso e disincanto

«La rispettabilità della sua generazione lo sta facendo impazzire» dice Jamal a proposito dell’amico Henry, regista teatrale. «Una volta erano tutti hippy, adesso sono diventati tutti presidi. Lo stesso Blair è un incrocio fra un boy-scout e la Thatcher». Figlio di immigrati pachistani, Jamal fa lo psicanalista a Londra. Da ragazzino lo insultavano chiamandolo paki, wog, faccia di curry, adesso gli può capitare di sentirsi urlare dietro Mo-ham-head, ovvero testa di prosciutto o allahAllah-bomb... Il razzismo di un tempo era un misto di arroganza, di pigrizia e di paura, quello di adesso ha le tinte minacciose del puro e semplice odio, ma Jamal, che negli anni Settanta aveva vent’anni e si riteneva un troskista, appartiene a una generazione dove la religione era un optional, non un’arma, e non capisce come e perché sia intervenuto il cambiamento. Sconfortati, i suoi amici intellettuali e bianchi di una sinistra che non si riconosce più, manifestano l’amarezza di chi, avendo appoggiato ogni liberazione e ogni rivendicazione, si trova ora nella metropolitana sottocasa le bombe dei liberati e dei rivendicati. «Siamo cresciuti sui movimenti radicali del Terzo mondo, l’Africa, il Sudamerica e adesso i ribelli, gli oppressi, ci stanno uccidendo, dall’estrema destra religiosa! Non senti anche tu di non sapere più cosa succede al mondo?»... È un anglo-pakistano, Jamal, ma fino a quando?

Ho qualcosa da dirti (Bompiani, pagg. 458, 19,50 euro), il nuovo romanzo di Hanif Kureishi, non racconta solo o tanto la Londra multietnica al tempo del cosiddetto «scontro delle civiltà». Più ambiziosamente, cerca di rimettere insieme un trentennio di storia nell’ottica di chi, Jamal, appunto, non essendosi mai preoccupato realmente delle proprie radici, non vede perché dovrebbe farlo adesso e comunque non si fida delle decisioni troppo radicali, visto che ha faticato per trovare un suo difficile equilibrio... Per mestiere Jamal è uno abituato ad ascoltare, uno che lavora «su ciò che sta al fondo delle storie: fantasie, desideri, bugie, sogni, incubi, il mondo sotteso al mondo, le parole vere che si celano sotto quelle false».
Anche lui, naturalmente, ha i suoi segreti. È stato l’involontario assassino del padre incestuoso del suo primo amore, Ajita, e questa colpa mai confessata ha comunque distrutto un rapporto, messo fine a delle amicizie e si è poi rivelato il motivo di fondo per cui ha scelto quel mestiere, una forma di espiazione quasi, il caricarsi dei problemi del genere umano, nevrosi, manie, ossessioni.

Per una generazione che credeva di poter cambiare il mondo, anche violentemente, ritrovarsi nella maturità che precede la vecchiaia a dover fare i conti con i propri fallimenti, politici, ideologici, etici, è avvilente. «Tutte queste stronzate sul conflitto fra civiltà, l’Islam e l’Occidente», dice a un certo punto ancora Henry, «sono solo un’altra versione dello stesso conflitto che c’è fra puritani e liberali, fra quelli che odiano l’immaginazione e quelli che la amano». C’è del vero, ma la «menzogna irachena» di Blair complica il quadro e il modo migliore per metterlo a fuoco non è bombardare dei puritani che neppure sanno di esserlo... L’unica via d’uscita sembra consistere in quella individuale legata ai sentimenti e al sesso, ma la ricerca è complicata da un lato dalla consapevolezza che tutto, per molti versi, è stato già sperimentato, è già successo, e dall’altro che ogni eccesso uccide alla fine il desiderio, ma senza trasgressioni quest’ultimo latita.

È una Londra abbiente, quella raccontata da Kureishi, con tutti gli status symbol, vizi compresi, di chi se li può permettere. Una Londra di matrimoni andati in tilt e di figli unici, di rapporti conflittuali fra ex, in cui tutti si sentono come dei sopravvissuti che si ostinano a ricominciare. Romanzo dell’eccesso, per la quantità di storie che intreccia, per il totalitarismo sessuale che anima alcuni dei suoi protagonisti, l’orgia come liberazione e riscoperta del proprio io, Ho qualcosa da dirti è per certi versi un romanzo-terapia dove ascoltare è se non il primo passo verso la guarigione, almeno quello verso l’accettazione dell’altro.