Hanno imboccato la pista giusta

La vicenda Alitalia, pur con alcune questioni ancora da chiarire, si avvia felicemente alla conclusione. Nello scorso aprile da queste colonne proponemmo la costituzione di una nuova società cui il Tesoro avrebbe dovuto conferire il proprio 49 per cento di Alitalia e una cordata di imprenditori italiani l’avrebbe dovuta ricapitalizzare con un miliardo di euro. Quella newco avrebbe poi dovuto stringere una alleanza azionaria con un partner straniero in maniera tale da internazionalizzare e a un tempo privatizzare il nostro trasporto aereo. L’attuale proposta di Banca Intesa riprende quella linea respinta con sufficienza da Tommaso Padoa-Schioppa arricchendola, però, con due miglioramenti non di poco conto. Il primo è la separazione della vecchia Alitalia in due società, la prima delle quali è una bad company che manterrebbe al suo interno i debiti con fornitori e obbligazionisti oltre che il personale in esubero, mentre l’altra conserverebbe la proprietà del parco aeromobile e la titolarietà delle rotte oltre che il personale necessario a continuare l’attività. Il secondo miglioramento è il coinvolgimento di Air One aumentando così la massa critica e il valore della nuova Alitalia e di fatto salvando anche la compagnia di Carlo Toto che alla lunga non avrebbe retto alla stringente concorrenza internazionale. Gli esuberi di personale che oscillerebbero tra le 5-7mila unità transiterebbero in gran parte nella pubblica amministrazione secondo un precedente utilizzato a metà degli anni Ottanta a favore del personale della Olivetti di Carlo De Benedetti. La stessa costituzione di una bad company per gestire debiti ed esuberi ha un suo autorevole precedente, quello del Banco di Napoli, venduto alla metà degli anni ’90 da Carlo Azeglio Ciampi al San Paolo-Imi privo di tutte le pendenze collocate per l’appunto presso la vecchia Isveimer che ne gestì la liquidazione. Chi oggi, più per ripicca che per convinzione, critica il piano per l’Alitalia dovrebbe criticare anche i due precedenti richiamati. Diversamente dovrebbe tacere.
Restano aperte, dicevamo all’inizio, alcune questioni. La prima è la scelta del partner internazionale. Noi ci siamo sempre dichiarati per l’Air France-Klm che fondendosi con Alitalia sarebbe la più grande compagnia aerea sia nel trasporto merci che in quello passeggeri e il capitalismo italiano potrebbe recitare il ruolo di secondo azionista dopo lo Stato francese che ha il 15 per cento del capitale di Air France. Se si dovesse, al contrario, scegliere Lufthansa saremo sempre nella logica di una internazionalizzazione attiva del nostro trasporto aereo. Con ciò vogliamo dire che le intese possono anche partire solo con accordi commerciali ma nel medio periodo è la fusione azionaria con uno dei due partner la scelta di fondo che metterebbe la nostra compagnia e il nostro capitalismo in un ruolo di grande autorevolezza nel settore. La messa in concorrenza, poi, dei due grandi colossi europei del trasporto aereo ci fa sedere al tavolo delle trattative senza pietire alcunché ma offrendo un’opportunità interessante. E anche questa non è cosa di poco conto.
La seconda questione è il destino degli azionisti diversi dal Tesoro. Questi dovrebbero essere liquidati in parte con i soldi incassati dalla vendita della nuova Alitalia alla società privata e/o essere agevolati in un successivo aumento di capitale a sconto riservato per l’appunto ai vecchi azionisti. Quest’ultima questione è delicata perché c’è un precedente pericoloso. Il governo Amato nel luglio del ’92 commissariando l’Efim fece l’errore di dichiarare che non avrebbe offerto la garanzia dello Stato ai creditori. E fu il disastro sui mercati internazionali. Lo Stato ha una sua credibilità che non può essere bruciata anche perché, tra l’altro, controlla il fior fiore delle grandi imprese italiane (Eni, Finmeccanica, Fincantieri). Detto questo, va dato atto al governo e a Banca Intesa di avere imboccato la strada migliore per garantire il ruolo della nostra compagnia di bandiera e del capitalismo italiano superando lo scetticismo di quanti irridevano sull’esistenza di una cordata italiana. La cordata c’era ma non poteva certo essere la compagnia di San Vincenzo che dava un obolo allo Stato. Essa, infatti, poteva emergere solo con un piano industriale e finanziario adeguato. Cosa che, per l’appunto, è stata fatta e la cordata si è materializzata.
Geronimo