Hanno solo copiato il resto del mondo

Lo so già, la prossima volta che andremo a caccia, il senatore Caputo si metterà a contare, con sguardo severo, i bicchieri di vino che berrò durante la solita mangiata in trattoria. Poi, scuoterà la testa per rimproverarmi di incoerenza quando sorpasserò la sua potente cabriolet per rientrare più in fretta in città. Se accadrà - e purtroppo accadrà -, avrà ragione lui. Ma ora, mi consenta, di ragioni ne ha poche. Come i tantissimi che ho sentito in queste ore: tutti infastiditi nei confronti di questo decreto studiato per costringerci a cambiare il nostro modo di guidare e un po’ anche di vivere. La colpa di tutto questo è solo e unicamente nostra.
Mi spiego. Il governo ha deciso di inasprire le sanzioni per chi non rispetta le regole del Codice della strada che, in linea di massima, rimangono invece immutate. Il che vuol dire: le leggi ci sono, ma tutti se ne infischiano. Perché per il comune pensare le norme che riguardano la circolazione non vanno seguite ma interpretate. Soggettivamente, ovvio. Lo fa perfino il liberale Livio Caputo, una delle persone più rigorose che io conosca.
Noi decidiamo che un limite di velocità è insensato perché quel tratto di strada ci pare sicuro, perché l’ultimo modello della macchina che ci siamo regalati ha dei freni efficientissimi, perché dopo tanti anni di guida siamo certi di percepire in anticipo rispetto ad altri i pericoli che potremmo incontrare sulla nostra strada. E soggettivamente, appunto, schiacciamo il pedale, convinti che là dove c’è un cartello che impone i 130 chilometri all’ora si possa tranquillamente viaggiare a 160 e oltre. La maggioranza degli automobilisti la pensa così. Basta percorrere un tratto autostradale qualsiasi per rendersene conto.
Sopportiamo con fin troppa pazienza tutte le angherie possibili da questo Stato: tasse ingiuste e assurde in cambio di servizi scadenti e mai puntuali. Ma se ci toccano l’acceleratore scatta la rivolta. Paghiamo perfino il canone Rai, ma i cinquanta all’ora «no». L’economia del Paese arranca e noi pure non stiamo tanto bene, ma in auto si deve correre. Più forte di tutti gli altri cittadini europei. Sono rientrato ora da Barcellona a 110 chilometri all’ora, fortunatamente talvolta a 130, sorpassando timidamente i ligi spagnoli e francesi che viaggiavano entro i limiti, aspettando nervosamente d’arrivare a Ventimiglia per tirare il motore sulla nostra autostrada, manco fosse una pista, come se qui da noi i limiti non esistessero, come se quei cartelli fossero solo dei consigli e noi liberi di accettarli o no.
Ci sentiamo sempre un po’ diversi, noi italiani. Anche quando invece di schiacciare il pedale vogliamo alzare il gomito. Sono il primo a sostenere che con un aperitivo, qualche bicchiere di vino a tavola e l’ammazzacaffè non si ubriaca nessuno. Quante cene, quanti tranquilli rientri a casa. Ma il resto del mondo giudica questa dieta alcolica diversamente da me e quanti la pensano come me. Proprio ieri Il Giornale ha pubblicato una tabella che lo dimostra: sorso più o sorso meno, questo decreto fissa i limiti da non superare nel range degli altri Paesi. Ho detestato il ministro Sirchia che vietandomi la sigaretta al ristorante mi ha tolto il piacere di stare a tavola con gli amici. Detesterò anche il ministro Bianchi che ora mi toglie pure un bicchiere di whisky dopo cena. Ma è così in quasi tutto il mondo.
Abbiamo corso e un po’ anche bevuto. Ora minacciano di stangarci, caro Caputo. Ma forse è l’unico modo per farci rallentare. Le supermulte sono un bastone nelle ruote per bloccare anche i più spericolati, novemila euro valgono una frenata. Figurarsi poi perdere la patente o vedersi addirittura spalancare le porte di una prigione. Sono indubbiamente deterrenti convincenti. Poi, sarà anche vero che con un decreto i nostri deputati si scaricano la coscienza davanti agli elettori per le migliaia di vittime della strada. Certo, non si sono inventati nulla, si sono limitati a copiare dal resto del mondo. Ma se qualche vita la salveranno, per una volta, avranno fatto qualcosa di buono.
E poi, caro Caputo, non rassegniamoci. Siamo in Italia. Quanto vuoi che duri...
Nicola Forcignanò