«Hanno ucciso il mio Pietro. E la giustizia?»

Si è incatenato ieri mattina davanti al tribunale per protestare contro una condanna che ritiene ingiusta. Salvatore Mazzara, 57 anni, residente a Baranzate, è il padre di Pietro, ucciso a soli 27 anni in un incidente stradale, all’alba del 9 giugno dell’anno scorso, a un incrocio nel quartiere Comasina. Quattro nomadi, a bordo di una Bmw 320 sulla quale stavano fuggendo da due volanti della polizia dopo aver messo a segno un furto da 500 euro in un bar tabaccheria a Quarto Oggiaro, travolsero a 110 chilometri orari la Citroen C3 del ragazzo che stava rincasando. Nell’urto fortissimo il povero Pietro venne sbalzato fuori dall’auto con grande violenza al punto che sfondò un finestrino posteriore e il suo corpo atterrò dopo un volo di 20 metri sull’asfalto. Il nomade alla guida e il fratello, entrambi maggiorenni, uscirono dalla Bmw e fuggirono (come testimonia un agghiacciante filmato ripreso dalle telecamere del Comune che hanno registrato tutte le fasi dell’incidente) senza nemmeno curarsi del ragazzo, morto sul colpo. Sulla vettura pirata rimasero, guarda caso, due minorenni feriti: un rom 17enne del campo nomadi di via Negrotto e un amico 16enne di origine maghrebina che abita in zona.
Nel maggio scorso, dopo l’arresto di entrambi i fuggitivi la loro richiesta di essere giudicati con il rito abbreviato (che li ha portati a beneficiare quindi di uno sconto della pena), la singolare sentenza di primo grado. Il maggiorenne, il 23enne nomade Angelo Levacovich, che guidava l’auto in fuga dalla polizia ritenuto responsabile di omicidio colposo e condannato 8 anni e 8 mesi, una pena che comprende anche il furto e la ricettazione; i due minorenni, seduti dietro, condannati invece per concorso in «omicidio volontario» con dolo eventuale a 8 anni (ora sono in attesa dell’appello) e, forse il fatto più sconvolgente, appena due anni e due mesi per furto e ricettazione al passeggero a lato del conducente, che è poi suo fratello Pierino, 21 anni, scappato dopo lo scontro mortale come Angelo e arrestato solo a marzo di quest’anno da poliziotti presi di mira da una fitta sassaiola nel campo rom di Muggiano: i magistrati non ritennero di contestargli alcun concorso nell'omicidio (né colposo né tantomeno doloso).
L’anno scorso, subito dopo il fatto, e mentre i fratelli Levacovich era ancora uccel di bosco, alcuni amici di Pietro - giovane molto benvoluto - promisero al padre Salvatore di vendicarlo. Alla Comasina tirava una brutta aria. E più di uno si mise in testa di fare un’azione azioni punitiva in piena regola all’ospedale Sacco contro i due minorenni trovati dalla polizia sul Bmw la mattina dell’incidente, visto che erano i soli arrestati in quel momento. «Qualcuno voleva anche dar fuoco a un campo rom - ci confidò allora il padre di Pietro -. Capisco gli amici di mio figlio perché questi rom sono dei veri assassini. E non possono andare in giro a uccidere la gente perbene. Purtroppo, so già che non avrò la giustizia che il mio ragazzo, per la fine ingiusta e prematura che ha fatto, meriterebbe».
Ieri mattina la protesta del povero padre davanti al tribunale. Un uomo distrutto dal dolore. E che non sa più che fare.