«Hanno ucciso Pietro ma non voglio vendette contro i rom assassini»

L’APPELLO Parla il padre del giovane travolto alla Comasina. Salvatore Mazzara davanti alla tomba del figlio lancia un messaggio di speranza al quartiere

«Pietro era il mio unico figlio. Io e sua madre ci siamo separati una decina di anni fa e non mi sono più risposato, non ho una compagna, abito da solo a Baranzate. Praticamente vivevo per lui. Ogni tanto gli raccomandavo: “Quando morirò non pretendo che tu venga a trovarmi tutti i giorni, portami solo un fiore ogni tanto e a me basterà”. Chi l’avrebbe mai detto che sarei stato io a portare i fiori sulla sua tomba?».
Cimitero di Bruzzano, campo 15. Sulla tomba di Pietro Mazzara non c’è ancora una lapide, ma un tripudio di fiori colorati e freschi che fanno da cornice alla bella foto del ragazzo dagli occhi scuri che sorride, un po’ pensoso. Suo padre Salvatore, 56 anni, viene qui ogni mattina. Mercoledì si è fatto accompagnare da un vicino di casa, Giovanni Pastore che cerca d’infondergli un po’ di coraggio e la forza per andare avanti. Pietro aveva 27 anni quando è morto, lo scorso 9 giugno. Qualche minuto prima delle 5 una Bmw 320 D guidata da Angelo Levacovich, 23 anni - un nomade del campo di Muggiano che aveva seduto accanto il fratello Angelo, più giovane di un anno, con il quale, insieme a due minorenni, aveva appena commesso un furto in un bar tabaccheria di Quarto Oggiaro - mentre fuggiva, inseguito dalla polizia, ha travolto a fari spenti la Citröen C3 di Pietro a un incrocio alla Comasina. Il ragazzo è stato sbalzato fuori dall’auto con grande violenza al punto che ha sfondato un finestrino posteriore e il suo corpo è atterrato dopo un volo di 20 metri sull’asfalto. I nomadi maggiorenni sono fuggiti (come testimonia un agghiacciante filmato ripreso dalle telecamere del Comune che hanno registrato tutte le fasi dell’incidente) senza nemmeno curarsi del povero ragazzo, morto sul colpo; sulla Bmw sono rimasti un rom 17enne del campo nomadi di via Negrotto e un amico 16enne di origine maghrebina che abita in zona, arrestati per furto aggravato e resistenza e ricoverati all’ospedale Sacco con le ossa fratturate. Proprio nei giorni scorsi alcuni amici di Pietro avevano programmato delle azioni punitive in ospedale contro di loro, unici arrestati per ora visto che i Levacovich dalla mattina dell’incidente sono spariti dalla circolazione. Ma i progetti dei ragazzi della Comasina fortunatamente non sono andati a segno: troppa sorveglianza, troppa polizia (i feriti sono piantonati, ndr). Nel quartiere, dove la gente sabato 25 giugno ha partecipato in massa ai funerali di Pietro, molto conosciuto e amato, adesso però tira una brutta aria. Un’aria da resa dei conti.
«Diverse persone mi hanno fermato per strada per dirmi: “Non ti preoccupare: la faccenda di tua figlio non finisce qui, lo vendicheremo“ - spiega Salvatore Mazzara senza mai perdere di vista la foto sulla tomba del figlio -. Credetemi: non voglio vendette di questo tipo, non voglio sangue. Ma capisco gli amici di Pietro perché questi rom sono dei veri assassini. E non possono andare in giro a uccidere la gente perbene. Alla Comasina, dove abbiamo sempre vissuto, il mio ragazzo era benvoluto da tutti, senza eccezioni. Una persona eccellente, rispettata anche da coloro che il rispetto lo pretendono per primi. E un blitz all’ospedale, piuttosto che un incendio in un campo nomadi (un’altra ipotesi ventilatami da qualcuno) agli occhi di molti sembra l’unico modo per avere giustizia. Io stesso ho chiesto la foto dei due ricercati alla polizia, ma non sono stato accontentato. Non volevo ammazzarli, no. Avrei voluto semplicemente guardarli negli occhi».