Hanno vinto i kamikaze se son contenti loro...

Sono appena tornato dalla Germania e, acquistando il Giornale, ho letto le notizie sull’Alitalia e visto le foto di dipendenti in festa. Non mi stupisce per nulla l’atteggiamento di queste persone, né il comportamento dei sindacati. Anni fa lavoravo in un’azienda sull’orlo del fallimento. La Cgil lo sa cosa ha fatto per mesi e mesi? Ha promosso scioperi per ottenere aumenti salariali, bloccando la produzione per quattro ore al giorno tutti i santi giorni. Non le svelo il risultato, tanto ci siamo capiti. La madre degli imbecilli, purtroppo, è sempre incinta e molti dei suoi pargoli sembrano nascere con la tessera del sindacato in tasca.



Perché mai, caro Gentiloni, concede ai piloti, hostess e steward che ballarono la samba festeggiando il fallimento della trattativa, l’attenuante della scempiaggine? Molti di loro inalberavano il cartello con la scritta: «Meglio falliti che in mano ai banditi». E altrettanti urlavano, trionfanti, quello slogan. Essi dunque sapevano - come lo sapevano le loro sigle sindacali e la Cgil di Guglielmo Epifani - che i «niet» alla cordata Colaninno portava dritto dritto al fallimento dell’Alitalia.
Erano perfettamente consapevoli che il piano «b» quello prevedeva: la liquidazione della compagnia aerea e di conseguenza il tutti a casa. Difficile, dunque, definire il loro un colpo di testa, un’improvvisa mattana, una scempiaggine. È stata una scelta molto ma molto ben meditata. Ed è con l’entusiasmo e la fermezza dei migliori kamikaze che essi hanno sacrificato il posto di lavoro (proprio e altrui, ma cosa non si fa per la causa) sull’altare dell’antiberlusconismo. Perché di questo si tratta, non di esuberi, di bad o good company, non di stipendi o di orari, di slot o di hub: ma di far fallire un’iniziativa del governo Berlusconi.
Con il pretesto, suggerito da Eugenio Scalfari in un editoriale della Repubblica, che non di salvataggio dell’Alitalia si doveva parlare, ma di «una svendita preceduta da un imbroglio». Con il pretesto, suggerito da Di Pietro, che il «capitano coraggioso» Roberto Colaninno - così definito da Massimo D’Alema, mica da Francesco Storace - è un bandito e banditi gli altri membri della cordata. Io dico che a questo punto dobbiamo mettere da parte i pregiudizi. Prescindere dagli zampini di Scalfari e Di Pietro, prescindere dalla furibonda voga contro dei repubblicones e della società detta civile e, in tutta sincerità, rendere onore al merito di chi il merito se l’è così ampiamente guadagnato. Epifani, piloti, ostesse e steward hanno ottenuto ciò che volevano, il fallimento dell’Alitalia. Giù il cappello. Ben giocata.
Guai, ora, cedere alla tentazione di ridurre quello che è un trionfo in una miserevole vittoria mutilata. Cedere alla tentazione di indurre i banditi a riprendere le trattative. Alla tentazione di ricorrere all’accanimento terapeutico mutando la morte cerebrale di Alitalia in coma più o meno vigile. Alla tentazione di prolungare per mesi e magari per anni le procedure di liquidazione dell’azienda. Non sarebbe bello e anzi, tornerebbe offensivo per i prodi, i valorosi guerrieri del «niet». Hanno ottenuto il fallimento? Lasciamoglielo, tutto intero, da cima a fondo, di sopra e di sotto. E di Alitalia, finalmente, non se ne parli più.
Paolo Granzotto