Hao, il maratoneta della giustizia «Batto il governo sul suo campo»

nostro inviato a Pechino
«No, non sono mai stato all'estero. Ho ricevuto degli inviti, certo, da un paio di università americane, ma si trattava di stage lunghi e non mi andava di star fuori dalla Cina per dei mesi. Succedono troppe cose qui, a un ritmo indiavolato, e non me le voglio perdere. Tra vent'anni, quando saremo un Paese normale, se ne riparlerà, in fondo sono ancora giovane».
Hao Jinsong ha 36 anni, esercita la professione d'avvocato dal 2004. «Mi sono laureato in chimica, ho poi lavorato a lungo in banca, ma ero insoddisfatto, mi sentivo inutile. Così mi sono messo a studiare giurisprudenza e scienze politiche all'Università di Pechino, mi sono specializzato in diritto costituzionale e ho poi fondato una associazione non governativa, una Ong, che raggruppa altri 13 giuristi. Combattiamo il sistema attraverso il sistema stesso: lo obblighiamo a far rispettare la legge, ci inseriamo lì dove la sua genericità ci permette di farlo. Se lo Stato dice che per ogni transazione commerciale, anche minima, è necessario uno scontrino fiscale, facciamo causa alle Ferrovie che sui treni non ne rilasciano di regolari quando vendono cibi, bevande, giornali. Se nella nostra Costituzione si parla di diritti umani, facciamo causa alla Metropolitana di Pechino perché non ci sono gabinetti pubblici nelle stazioni e orinare è un nostro diritto in quanto appunto esseri umani... E vinciamo. Adesso sui treni danno lo scontrino, e così si sono recuperati cento milioni di yuan sottratti al fisco, e nel metrò lei trova la toilette...».
Capelli a spazzola, occhialini di metallo, camicia a righe su fondo giallo, maniche corte, per incontrarci Hao Jinsong ha scelto una saletta privata del ristorante Manfulon, sulla Dianmennei Street. Ha fatto preparare con cura un hot pot, una specie di bourguignonne pechinese, è rilassato e però determinato. Proprio perché conosce la legge, rifiuta la qualifica di dissidente. «Io metto sotto accusa il Governo utilizzando la legalità del governo stesso. Se si vuole, la mia è una funzione sociale», aggiunge sorridendo. Ha un suo senso dell'umorismo, Hao. «È più probabile che sorveglino lei e che lei sia stato pedinato fin qui. Io faccio tutto alla luce del sole, e loro lo sanno».
Il problema principale della Cina, continua, «è la corruzione. Dalle cariche più alte, giù giù sino agli ultimi gradini, sono tutti corrotti, sia pure in grado diverso. Non essendoci nessuno che li contrasti, si sono abituati ad agire indisturbati, si sentono auto-protetti, non rispettano le leggi che loro stessi hanno approvato. È su questo che io li inchiodo e a loro naturalmente non piace. Però debbono fare buon viso a cattivo gioco».
Detto così, sembra tutto facile, ma Hao Jinsong sa di camminare su un terreno minato. «Ho degli amici, avvocati, professori universitari, che sono finiti in carcere, oppure sono stati minacciati. Il diritto alla critica qui è un concetto labile, e ne sono perfettamente consapevole. Se però si comincia con l'aver paura, di fatto è come se ci si sentisse colpevoli. E io non mi sento tale se, criticando, spingo il Governo a cambiare».
C'è dittatura in Cina? Hao Jinsong mi guarda come se venissi da Marte. «Certo che c'è, e bisogna lavorare perché scompaia. Il Partito unico significa nessuna indipendenza della magistratura, assoluto controllo dei mezzi di informazione, nessuna elezione di funzionari pubblici, ma cooptazione dall'alto. E a questo si aggiunge l'acquiescenza e il servilismo dei cinesi stessi, abituati a essere considerati e trattati come schiavi. Da questo punto di vista, non c'è alcuna differenza con il sistema imperiale del passato».
Le Olimpiadi rappresentano un momento importante per questa nuova Cina che sembra volersi aprire al mondo. «Sì, sono una vetrina internazionale, e quindi l'impatto è positivo. L'altra faccia della medaglia, però, è questo gigantismo che economicamente giudico assurdo. Si sarebbe potuto, e dovuto, spendere meno e utilizzare il denaro in altro modo: se lei ha girato un po' il Paese avrà visto che ci sono povertà e arretratezza incredibili. Anche qui, tutto, in ultima analisi, si lega a un'incapacità a governare frutto della corruzione. Io ho fatto causa alla regione dello Shanxi perché attraverso delle foto, truccate, di una tigre di specie rara, ritenuta scomparsa, si era fatta sovvenzionare dal governo centrale la costruzione di un parco naturale... Pechino ha stabilito che avevo ragione e ha annullato il finanziamento».
Hao Jinsong si definisce «un maratoneta della giustizia. In Cina non si possono correre i centro metri e sperare di vincerli. Abbiamo bisogno di tempo e di un'andatura che non sia troppo veloce, ma regolare, senza strappi. Talloniamo il governo, ma non lo possiamo superare, è necessario che noi e loro si corra allo stesso passo». È un'altra lunga marcia, gli dico. Lui ride. «Sì, è proprio così, come citazione e insegnamento maoista in fondo è perfetto. Dovremo marciare ancora per vent'anni, ma se fra vent'anni ci vedremo ancora qui, brinderemo alla democrazia».