Harding & Co: il podio è più baby

Hanno 30 anni al massimo, ma già guidano le orchestre più famose

Pietro Acquafredda

Direttori d’orchestra molto giovani non sono un’assoluta novità di oggi. Musicisti giovanissimi (violinisti, pianisti ) ma anche direttori, seppure in percentuale inferiore, hanno sempre vivacizzato la vita musicale e infiammato il pubblico.
Una volta, però, sul podio si arrivava per tre strade principali: la vittoria a un concorso internazionale - il «Koussevitzky» laureò Claudio Abbado e Riccardo Muti fu lanciato dal «Cantelli»; le scuole di alcuni celebri maestri - il più illustre: Franco Ferrara, il maestro dei maestri, riverito dai più grandi direttori, Von Karajan incluso, e temuto da tutti gli allievi; oppure la presentazione di un grande direttore: Toscanini lo fece per Maazel (il direttore francoamericano esordì addirittura a diciannove anni, ma nei posti che contano ci arrivò molto tardi) e Cantelli (direttore stabile alla Scala a 36 anni).
Oggi la prima strada ha perso peso, perché i concorsi contano meno e spesso sono truccati; la seconda pure, perché le scuole di direzione si contano sulle dita di una mano - quella di Jorma Panula, professore all’Accademia Sibelius di Helsinki, dalla quale sono usciti parecchi noti direttori oggi in carriera, compresa la biondissima estone Anu Tali prossimamente in Italia, rappresenta un caso davvero raro; peso infinitamente maggiore hanno, invece, acquistato le referenze di celebri e potenti direttori, le cui credenziali hanno il valore di un imperativo categorico: «mi manda Picone» in campo musicale. Rattle, ma soprattutto Abbado nel caso di Daniel Harding; Abbado, Rattle, Mehta e Barenboim per il venezuelano Gustavo Dudamel; Rattle e Davis per Robin Ticciati, 22 anni non ancora compiuti.
E così, direttori ancora troppo giovani possono debuttare presso istituzioni che in passato rappresentavano il traguardo e il coronamento di una carriera. Sta qui la vera novità di questi anni: Harding, 30 anni appena compiuti, da quasi dieci sulla cresta dell'onda (a 21 anni diresse i Berliner) e ora alla Scala, orfana di Muti, inaugura la stagione, il prossimo 7 dicembre, con l’Idomeneo di Mozart; Dudamel, classe 1981, può dirigere sempre alla Scala, il Don Giovanni di Mozart (ottobre 2006) e Robin Ticciati, classe 1983, vi ha già diretto un concerto a giugno, e successivamente ha debuttato a Santa Cecilia a Roma.
Ma c’è qualcosa che non cambia con il passare del tempo. Un direttore, pur di talento, dà maggiore affidamento quando la sua carriera è costruita su solida formazione e tempi lunghi: il caso di Antonio Pappano è esemplare sotto questo profilo. Ha lavorato come accompagnatore e maestro sostituto in parecchi teatri, è stato assistente di Barenboim, poi un incarico stabile in Norvegia e dieci lunghi anni trascorsi al Théatre de La Monnaie di Bruxelles; finalmente, al Covent Garden e a Santa Cecilia, dopo i quarant’anni. E Carlos Kleiber, il maestro dei maestri, ha diretto la prima volta alla Scala a 46, dopo una ventina d’anni di gavetta in teatri di provincia.
La responsabilità di tale «accelerazione» è tutta dei direttori artistici che evidentemente non hanno altre carte da giocare che quella di esibire il «fenomeno». «Non si può chiedere a noi di rinunciare a simili opportunità». Parola di baby direttori.