Harlem Choir: tanto spettacolo ma meno attenzione alle radici

Il reverendo C.L. Franklin - trascinante predicatore e padre di Aretha - sarebbe felice di vedere quanto la gente oggi ami il gospel. O no? I gruppi gospel fanno spettacolo (eccome) trascinando e facendo divertire un pubblico ultradisponibile a battere le mani e a ballare. Naturalmente si perde molto delle radici spiritual, dei doppi sensi con cui i neri segregati trasformavano gli inni biblici. Ma i tempi sono cambiati e la comunità nera può permettersi di portare in giro i suoi canti tra momenti ludici e riflessivi. È ciò che ha fatto per sei giorni al Blue Note di Milano, dal 26 dicembre a Capodanno, l’Harlem Gospel Choir (hanno cantato anche con gli U2) uno dei gruppi che gioca in equilibrio tra le radici e la spettacolarità, tra la parola di Dio e l’autopromozione. Voci superpotenti, impasti vocali coloriti di mille accenti e tensioni dominano un repertorio ora ben piantato nella tradizione (Go Tell It On the Mountain o la lenta e marziale God Said It, conosciuta anche con mille altri titoli), ora ammiccante (ma senza esagerare se si pensa che tre anni fa cantarono Volare) con brani che strappano applausi come Oh Happy Day e We Are the World. Dall’alto il reverendo Franklin e celebri autori gospel come Thomas A. Dorsey sorridono benevoli.