Harnoncourt esalta il genio di Bruckner

Marcello De Angelis

da Salisburgo

Nel silenzio assoluto del Grosses Festpielhaus, durante la seconda matinée dedicata ai Wiener Philharmoniker, vibra un telefonino. E Nikolaus Harnoncourt, che aveva appena attaccato in pianissimo la Quinta sinfonia di Bruckner, si ferma per riprendere un attimo dopo. Date le proporzioni, che il direttore tedesco tende piuttosto a dilatare, si arriva quasi a un’ora e mezzo di musica. Il gesto signorile e distaccato (i maligni direbbero noioso) porta acqua al mulino mistico dell’austero compositore austriaco che scriveva per orchestra pensando alla selva di canne d’organo dell’Abbazia di San Floriano, dimora dello scapolo impenitente, luogo di culto professionale, fonte di ispirazione.
Una seconda natura, insomma, osservatorio dal quale ammirava, rispettosamente contraccambiato o ignorato del tutto, Brahms e Wagner, cui dedicherà alla morte, nel 1883, la Settima sinfonia. Con la Quinta siamo a metà percorso. Ne seguiranno altre quattro con alcuni abbozzi successivi. Proprio come Beethoven, Schubert e Mahler. Fuorché Brahms, i «viennesi» sono legati al destino (sciagura? fortuna?) del numero nove. Dopo, il silenzio.
La retorica religiosa di Bruckner può anche apparire irritante. Di fatto, scatenò negli anni Cinquanta una febbre rivendicativa forse esagerata, ma non ingiustificata. Togliere, infatti, dalla grande storia del sinfonismo tedesco il nome del mite organista di San Floriano, vorrebbe dire tagliare qualcosa di una linfa che può portare progressivamente, per vie sempre più provocatorie, a Mahler. La tappa bruckneriana di questo cammino non fu un incidente di percorso. Basterebbe pensare all’inquietante gestione strumentale dell’horror vacui, malattia dalla quale non era indenne Mahler, pur con i dovuti distinguo segnati da generazioni diverse.
Certo, Harnoncourt, che non reinventa nulla di quanto è scritto, è il meno indicato per dar ragione a certi accesi esegeti del musicista austriaco. Il quale, paradossalmente, è più importante per certi «silenzi» che nello scatenamento delle energie ritmico-timbriche. Da questo punto di vista gli Scherzi - compreso quello della Quinta - risultano assolutamente geniali. Imbattibili i Wiener per amalgama fonico ed elasticità di fraseggio.