Harrington fa il bis: il British Open parla ancora irlandese

Secondo successo di fila per il numero tre al mondo. Ma a dominare il torneo è stato il 53enne Norman: intramontabile mito giunto terzo

L’Open Championship - il British Open - può anche essere il torneo più vecchio al mondo, giocarsi su percorsi che hanno segnato le origini del gioco in Scozia e Inghilterra e che possono sembrare superati nella visione del golf moderno, ma resta indiscutibilmente il torneo più affascinante ed imprevedibile, il più spettacolare, sempre e comunque.
Quest’anno al Royal Birkdale Golf Club di Southport c’erano tutti i migliori, mancava solo l’infortunato Tiger Woods e in molti - se non tutti - si aspettavano un Open in tono minore senza il «fenomeno multietnico». Ma l’Open Championship è l’Open per antonomasia, è lui che dà spettacolo, che attira 200mila persone, che esalta e mortifica i giocatori in campo: Tiger o non Tiger. Certo sarebbe stato bello vedere il numero uno al mondo confrontarsi con il Royal Birkdale in versione prettamente britannica, con pioggia battente (il primo giorno) e vento che ha sferzato le dune (per tutti e quattro i giorni) fino alle 50 miglia orarie. L’Open, comunque e sempre, alla fine premia il migliore e la vittoria di Padraig Harrington non è stata certo sminuita dall’assenza di Tiger. L’irlandese, campione uscente, ha dimostrato, se ve n’era bisogno, di essere campione di levatura mondiale, di sapersi destreggiare in ogni situazione, di essere campione sia sui vellutati percorsi moderni che sui ruvidi ed ineguagliabili «links» d’Oltremanica. Alla fine ha vinto il migliore, quello che ha saputo avere pazienza, sopportare i momenti difficili, giocare d’intelligenza piuttosto che di potenza. Ha vinto un campione che sui links è cresciuto e che sa come adattare il proprio gioco a questo tipo di percorso e alle condizioni meteorologiche che spesso li caratterizzano. La sua, quella di Padraig, è la vittoria del golf «completo», quello che ne ha fatto la storia. Come diceva il grande Nicklaus «non sei un vero campione se non sai giocare e vincere sui links». Niente di più vero. I grandi campioni presenti al Royal Birkdale, quelli cresciuti e pasciuti nel golf all’americana, si son visti poco o sono addirittura scomparsi dopo le prime due giornate. A tener testa al percorso di Birkdale e ai suoi «elementi» sono riusciti in pochi. Ci hanno provato fino al terzo giro il coreano di ghiaccio Mr. Choi, un paio di giovani inglesi di belle speranze - Simon Wakefield e Oliver Fisher -, ma alla fine sono stati due «ragazzi» da links - e non solo - a salire sui gradini più alti: Harrington e il suo compagno di Ryder Ian Poulter.
Le firme della stampa golfistica mondiale alla vigilia erano in astinenza di Tiger, si sentivano privati dei titoloni a lui dedicati comunque avesse giocato. Alla fine non stati delusi perché l’Open di Birkdale ha regalato a loro e a tutti noi un altro «fenomeno». Quello di Greg Norman, lo Squalo bianco, ormai cinquantatreenne e a Birkdale solo per un paio di giri (secondo lui) in preparazione del British Senior Open di questa settimana. Ed invece il grande Greg ha fermato l’orologio, è stato il protagonista indiscusso del torneo, partendo addirittura al comando per le ultime 18 buche. Avesse vinto, sarebbe venuto giù il mondo, la storia del golf - e la sua - sarebbero cambiate, così come quella dell’Open Championship. Non ce l’ha fatta lo Squalo, ma è riuscito a non far sentire più di tanto l’assenza della Tigre. Il suo terzo posto al fianco dello svedese Stenson gli ha negato qualcosa, ma ha suggellato il successo di giocatori a tutto tondo, che sanno giocare su ogni campo ed in ogni condizione di tempo.
L’Open Championship ancora una volta ne è uscito vincente insieme a Harrington che, pur intascando una prima moneta di un milione di euro alla fine si abbracciava e coccolava quella brocca d’argento, quel Claret Jug che ancora per un anno potrà tenere sul tavolo del suo breakfast mattutino. Tutto il resto è musica.