Harry Potter è vivo, è stata uccisa la magia. Fine della storia

La cicatrice non fa più male da 19 anni. Harry si passa una mano sulla
fronte. Tutto sta andando bene. È la fine della storia. Voldemort è morto, strappato
agli otto horcrux che custodivano i frammenti della sua anima. Harry
Potter è vivo

La cicatrice non fa più male da 19 anni. Harry si passa una mano sulla fronte. Tutto sta andando bene. Forse sulle sue tempie c’è qualche capello bianco. È la fine della storia. Voldemort è morto, strappato agli otto horcrux che custodivano i frammenti della sua anima. Harry Potter è vivo. La signora J.K. Rowling non ha avuto il coraggio di ucciderlo.
L’autore prima o poi si trova da solo davanti al suo eroe. È il momento peggiore, quando cala il sipario. È qui che si decide la sorte dell’uno o dell’altro. L’istinto ti dice che devi uccidere il tuo personaggio, lasciarlo morire, senza pietà, per salvare il tuo futuro. È come liberarsi della propria ombra o di un figlio, di qualcuno che hai tirato fuori dal nulla, che hai accarezzato, modellato, seguito, con cui spesso hai litigato, di cui sei stato schiavo, al punto da non controllare più la penna. Hai finito per odiarlo e l’omicidio non ti sembra più qualcosa di immorale. Tu sei l’assassino e lui è la vittima. Non hai scampo. Sai che la giuria dei lettori ti condannerà. Fra te e la tua creatura non c’è sfida. I lettori brinderanno alla tua morte e alla sua resurrezione. Ma se vuoi salvarti è il modo più onesto per uscire di scena. L’altra soluzione è il silenzio, o il suicidio.
Ma la signora Rowling non è riuscita a pronunciare fino in fondo il suo «Avada Kedavra», l’incantesimo senza perdono. I destini di Harry e di Voldemort sono legati. Il ragazzo sa che l’Oscuro Signore ha lasciato, oltre alla cicatrice, un pezzo di anima nel suo avversario. L’unico modo per sconfiggere Voldemort è la morte di Potter. E Harry si sacrifica. Il suo corpo è a terra, e lui trasmigra in una sorta di limbo, dove la vita non è vita e la morte non è morte. Qui incontra i suoi padri e i suoi maestri. Sono loro a pretendere l’ultima battaglia. Epica. Finale. La profezia si realizza. Il male è sconfitto e le pagine corrono per 19 anni. Harry Potter è vivo, ha ottenuto la ricompensa di tutti gli eroi, un dono che si chiama normalità, la terra che Omero chiamava Itaca e Tolkien Contea. È questo il segreto dell’epica. Gli eroi, a differenza di quell’anti-eroe comico che è Don Chischiotte, non bramano l’avventura, ma vengono strappati, lacerati, dal destino. Il primo istinto è fuggire. Ulisse si finge pazzo. Achille si confonde tra le donne. Harry è ignaro, non sa di essere un mago. È un bambino di 10 anni capitato nella famiglia sbagliata. I genitori sono morti in uno strano incidente. Non ha ricordi, nessuno parla di loro. Vive con una coppia di zii ridicoli e un cugino odioso, ritratto di una middle class che non c’è più, stereotipi da «commedia dell’arte» o come quelli con cui Wodehouse ha seppellito la piccola nobiltà inglese. Harry è un predestinato, la cicatrice è il segno del suo destino, ma nel mondo in cui vive è solo uno sfregio sulla fronte. E il simbolo deve essere riconosciuto da qualcuno che sa. È Albus Silente, preside della scuola di Hogwarts, che rivela a Harry Potter la sua identità. È Merlino che lo dice a Artù. Afrodite, Era e Atena lo sussurrano a Paride. È Obi-Wan-Kenobi che lo rivela a Luke Skywalker. Alla fine, quando tutto è compiuto, l’eroe si spoglia della sua magia e torna uomo.
Sono passati 19 anni. Harry e Ginny, Ron e Hermione sono di nuovo lì, al binario nove e tre quarti, questa volta non sono loro a prendere il treno per Hogwarts ma i figli. Questa, in fondo, è la vita. La magia di Harry Potter è quella dei banchi di scuola, quando la linea del futuro è tutta da tracciare, le possibilità sono indefinite. Non sai chi sei e lo vai scoprendo. Il mondo sembra più grande di quello che è e i draghi possono arrivare un giorno nel capanno di quella specie di bidello che è Hagrid. Il preside è un vecchio signore dai capelli bianchi che ti strizza l’occhio, ricordando la sua gioventù. Ci sono gli amici di tuo padre che non vogliono invecchiare, e come Sirius Black sono cani randagi braccati dalla vita. La ragazza della classe accanto ti offre il primo bacio e poi, inevitabilmente, ti delude. Un giorno scoprirai che il professore più severo ti lascerà dentro una lezione di virtù e coraggio, e penserai a lui chiedendoti come hai fatto a non capirlo. A non capire che anche l’autorità, come la dolcezza, serve a qualcosa. E fuori, oltre tutto questo, c’è il male, un signore oscuro dal volto indefinibile, qualcosa che non si può nominare, un soffio di cinismo che ti strappa le illusioni, un tradimento, un addio. Ti capiterà di riconoscere nel male qualcosa del tuo stesso volto. E vederti anche tu come lui mediocre, maligno, crudele, infingardo, vecchio. E intanto il talento, la tua magia, giorno dopo giorno non è più potenza, ma atto. Il futuro lentamente si fa passato.
È la normalità. Ed è qui che la signora Rowling mette a nudo la sua identità culturale, segnata da un sano conservatorismo. Harry Potter è vivo. Ha 36 anni e la trama della sua magia non è fatta solo di illusioni.
Vittorio Macioce