Hasta l’arte siempre

Niente meglio del titolo, «Las Américas Latinas. Las fatigas del querer», spiega il senso della mostra che ha appena aperto i battenti allo Spazio Oberdan, giacché un nome come l'America Latina, dove coesistono la gioia carioca e l'introspezione cilena, la cultura argentina e quella messicana, le popolazioni maya guatemalteche e i coltivatori della Patagonia, andrebbe sempre declinato al plurale. Le Americhe Latine, dunque, con le loro pene d'amore (per la natura, per le proprie origini, per il futuro) sono al centro di una mostra corale e sgargiante, seducente e angosciante, magmatica e barocca come l'America del Sud. Se l'è inventata Philippe Daverio insieme ad Elena Agudio e a Jean Blancheart. Vi compaiono una trentina gli artisti contemporanei (molti noti, alcuni emergenti) provenienti dai Paesi del centro e sud America, nel tentativo di capire se è possibile individuare un'arte pan-americana.
Di fatto gli autori scelti, specie i più originali, si servono di un linguaggio universale dove ritroviamo temi frequentati dall'arte contemporanea a qualsiasi latitudine (la ricerca dell'identità, l'indagine sul rapporto tra corpo e mente o il ritratto dei mutamenti delle metropoli di oggi) e difficilmente circoscrivibili a una specifica area geografica. Tuttavia, nella mostra promossa dalla provincia di Milano fino al 4 ottobre, i curatori hanno inteso ordinare in nuclei tematici i lavori esposti, stabilendo suggestivi confronti tra autori provenienti da diversi Paesi latini.
Il tema della natura e del rapporto con le antiche tradizioni è presente in molte opere (significativi i montaggi fotografici del giovane brasiliano Alexandre Murucci), meno frequentato invece quello della città, sebbene spicchi il potente il ritratto di Berlino firmato nei primi anni Novanta da Jacobo Borges, con un toro squartato che passa sotto una porta simile a quella di Brandeburgo. Una sezione è poi dedicata all'anima, a testimonianza che in Paesi dove spesso l'arte si lascia sedurre (o, al contrario, fustigare) dalla politica, può sopravvivere uno spazio anche per un'espressione contemporanea dedita alla ricerca interiore come quella di Marcelo Bordese, pittore con un passato in convento, oppure per un'arte sensuale come quella dalle installazioni filamentose di Ernesto Neto.
La religione e la devozione popolare non restano escluse da questa carrellata sull'arte latinoamericana: la messicana Alinka Echeverría Samperio ha ritratto pellegrini, il cileno Daniel Schopf immagina angeli armati di fucili mentre Daniel Santoro, che si definisce un «pittore peronista«, ha dipinto Evita Perón mentre si nutre delle interiora di Ernesto Che Guevara. L'immancabile "Che" appare in mostra anche nel celebre scatto di Korda rielaborato in chiave pop da Vik Muniz. Le sezioni dedicate al tema della morte e del sangue sono comunque quelle di maggiore impatto, con fotografie-shock di performance delle cubane Tania Bruguera e Ana Mendieta, quest'ultima morta suicida a New York nel 1985. Sbaglieremmo tuttavia a ridurre l'arte sudamericana alla cifra stilistica del barocco, dell'eccesso, della meraviglia.
Ci sono autori che, con le loro opere, ritraggono la realtà nuda e cruda, ed è tutt'altro che una faccenda allegra. Sono gli artisti di Cuba, corteggiati dal regime (diversamente dagli altri cittadini, oggi è loro concesso possedere un indirizzo e-mail privato, seppur col divieto di navigare in Rete) ma al tempo stesso temuti per la forza eversiva delle loro creazioni. Costretti a vivere in uno stato di "libertà vigilata" (quella degli elicotteri che stazionano fissi su una palma ripresi dal giovane Alexandre Arrechea), esprimono con le dirompenti sculture del gruppo dei Los Carpinteros di L'Avana o con i furiosi rap ripresi nei video di Yoel Vàzquez il sogno di una Cuba finalmente libre.
Las Américas Latinas. Las fatigas del querer
Spazio Oberdan viale Vittorio Veneto 2
Fino al 4 ottobre