La Hathaway: si può risorgere anche da una famiglia infernale

Applaudita la bella attrice in "Rachel Getting Married" in cui ha il ruolo di una ragazza responsabile della morte del fratellino. "Io credo nel matrimonio ma non lo idealizzo, bisogna battersi"

Venezia - Sidney Lumet diresse La parola ai giurati; la figlia Jenny, di madre nera, ha scritto - esordiente di mezz'età - per Jonathan Demme Rachel Getting Married (R. si sposa). Ne è derivato un film che potrebbe intitolarsi La parola agli invitati. È infatti l'ennesimo di impostazione teatrale, iper-parlato, che l'abilità di Demme rende un film molto cinematografico, in chiave collettiva e semidrammatica, sul regolamento di conti in occasione delle nozze di una sorella (Rosemarie DeWitt) e del ritorno dell'altra (Anne Hathaway) dal centro di rieducazione dov'era rinchiusa per droga. In concorso ieri, questo tipico film da festival conglomera vari déjà vu (Il matrimonio di Altman, Dopo il matrimonio di Suzanne Bier, Festen di Thomas Vinterberg...) in una storia dove Anne Hathaway - che nella realtà ha avuto un grande amore per un italiano, Raffaello Follieri, poi finito in carcere per reati finanziari negli Usa - è Kym, ma è truccata in modo da sembrare Wynona Ryder, che ha avuto un certo caos mentale; per giunta si deduce che è un'attrice («L'ho vista in una soap opera», le dice una commessa). Un caso? Certo non lo è il guazzabuglio antropologico delle nozze, dove una ragazza bianca di padre protestante e madre ebrea (Debra Winger) del Connecticut si sposa in abito indù con un ragazzo nero delle Hawaii. Naturalmente la famiglia di lei è un inferno, la famiglia di lui (Tunde Adebimpe) - che si chiama Sidney, come Lumet - è un'arcadia!

Signorina Hathaway, Pretty Princess, Il diavolo veste Prada e ora Rachel. Film diversissimi.
«Jonathan Demme mi vide alla consegna dei Golden Globe per Adaptation, che aveva coprodotto. Mi trovò comunicativa. Quando ha avuto il copione di Jenny Lumet, s'è ricordato di me».

Spesso si sceglie un interprete perché somiglia al personaggio.
«Ma io non ho sorelle: solo fratelli coi quali litigo raramente».

Né si droga, né ha ucciso il fratellino. E lo zio non l'ha molestata da bambina, come Kym nel film?
«No, ma l'ammiro perché, dopo tutti i suoi guai, lotta ancora per tornare in seno alla famiglia».

Ma non pare che Kym alla famiglia giovi. Un ruolo tormentato le mancava?

«Sì, non ne avevo mai avuti. Per una volta mi è piaciuta esser al centro del caos».

Le nozze ispirano anche troppi film. Lei sogna di sposarsi?
«Sono romantica, ma non idealizzo il matrimonio. Sono stata damigella d'onore per mio fratello, voglio bene a mia cognata e i miei genitori sono sposati da ventisette anni...».

Con che esito?
«Alterno. Il matrimonio non è un idillio. Ma, se ci credi, ti batti».

Nessuna incertezza col suo personaggio?
«Mi sono bloccata nella scena dove Kym scopre che non sarà al tavolo con la famiglia. L'ho ripetuta una ventina di volte».

S'è mai trovata in un matrimonio come quello del film?
«Se è successo, ero troppo piccola per ricordarmene o non avevo rapporti con la famiglia abbastanza stretti per saperlo. Né m'è mai capitato di suscitare scompiglio a una festa qualsiasi».

Per Kym ha preso a modello personaggi d'altre attrici?
«No, ho fatto tutto a modo mio, seguendo la sceneggiatura e le disposizione di Jonathan Demme».

Kym veste casual. Era più a suo agio di quando vestiva Prada?

«Ho venticinque anni e vengo dal New Jersey. Più che l'abito che indosso, m'importa la storia che racconto».

Dov'era prima di venire a Venezia?
«Sono stata per una settimana a Denver».

Da Barack Obama?
«Sì. I politici m'hanno guardato con scetticismo».

Gli attori devono sostenere il candidato. E sparire.
«Sì. Ma Barack Obama, vincendo, cambierà l'America».

Come?
«Con lui non sarà come con Chirac, che i francesi votarono solo contro Le Pen».