HAWTHORNE Inventario postumo di streghe e demoni

In un ameno pomeriggio di giugno, un giovanotto accompagna due signorine a fare una passeggiata fuori della loro piccola città. I tre salgono un leggero pendio tra i pascoli, sullo sfondo si staglia il profilo e la sommità, loro meta, di una collina ricoperta di guaderella, o ginestra minore, una vegetazione così fitta e uniforme da sembrare una pennellata di verde intenso, e che nel periodo breve di fioritura pare laminata d’oro per il giallo splendente. Ma il giovin signore, attanagliato da cupi sensi di colpa, personali e nazionali, non tarda ad avvisarci che quell’altura è Gallows Hill, nome che da solo basta a evocare negli americani la tremenda stagione della caccia alle streghe. Lì infatti, nel 1692, quasi un secolo e mezzo prima di quella passeggiata, erano state impiccate a più riprese, e sepolte, diciannove persone, 14 donne e 5 uomini, con l’accusa di aver fatto il patto col diavolo.
Se le due fanciulle, nell’osservare il panorama, sono gaie e giocose, il loro accompagnatore, calpestando quel luogo che ha visto «gli errori dei nostri antenati», ha in serbo qualcosa che meglio si attaglia alla sua anima tormentata: si mette a leggere alle compagne il manoscritto di un racconto che ha scritto e portato con sé per l’occasione, la storia truce e maledetta di una seduzione incestuosa e mortale, il triangolo innaturale che incrocia i destini di Leonard, di sua sorella e dello straniero Walter, che Leonard, nel suo inconfessato desiderio per la sorella, sospetta essere l’amante di lei, ma che alla fine, compiutasi la tragedia, risulta fratello di entrambi.
Questo racconto nel racconto, L’invocazione di Alice Doane, così tipico di Nathaniel Hawthorne per la sua carica di ossessioni sulfuree e dannate, così perso nella nostalgia insondabile di un eden mancato in cui le tortuose e infestanti radici della guaderella sembrano il groviglio delle passioni umane, non fu incluso nelle tre raccolte approntate dallo scrittore in vita, che sono i Racconti narrati due volte (1837, 1851), i Muschi da una vecchia Canonica (1846, 1854) e L’immagine di neve e altri racconti narrati due volte (1852).
La fatica di inventariare e ritradurre Tutti i racconti di Hawthorne, anche quelli esclusi dall’autore, è stata fatta ora da Sara Antonelli e Igina Tattoni per l’editore Donzelli (pagg. 1102, euro 44). Dal 1830 al 1852, Hawthorne scrisse 92 racconti, pubblicati su vari giornali e riviste, dalla Salem Gazette al New York Monthly Magazine, sedici dei quali, per qualche motivo, egli o «dimenticò» o scelse di non inserire nelle sue raccolte. Fra i sedici esclusi, il citato racconto L’invocazione di Alice Doane non è sconosciuto al grande pubblico, essendo stato incluso, con giusta evidenza, in un «Meridiano» Hawthorne, ma per il resto tutti i novantadue racconti sono qui presenti e ordinati cronologicamente, dal primo, funereo e intimidatorio racconto, premonitore del genio, intitolato La valletta delle tre colline, del 1830, all’ultimo, del 1852, Capo-piumato, dove Mamma Rigby, una delle più astute e potenti streghe del New England, costruisce, fumandosi la pipa e sghignazzando, uno spaventapasseri per il suo campo di granturco, non uno spaventapasseri orribile e spaventoso, ma bello elegante e nobile: così vero!
Nei racconti di Hawthorne si trovano tutti i germi, e le fioriture, di quell’universo fantastico e narrativo che subito tendiamo ad attribuire ai soli capolavori per cui divenne famoso, soprattutto La lettera scarlatta (1850) e La casa dei sette abbaini (1851) fino a Il romanzo di Valgioiosa (1852), troppo ipotecato forse dalla delusione per l’esperienza nella comunità utopico-socialista di Brook Farm, e fino anche al morboso e disperante Fauno di marmo (1860) ambientato a Roma. Ma i racconti hanno a volte lo stesso valore cristallino. Come potenza della simbologia hawthorniana, cosa c’è di più vicino alla Lettera scarlatta del racconto Il velo nero del pastore?
Nel villaggio c’è grande sconcerto vedendo che il buon Mr. Hooper, ministro del culto, da un certo momento in poi compare portando sempre un velo di crespo nero, stretto intorno alla fronte e calato fino alla bocca. Ogni tentativo individuale o collettivo di fargli rimuovere il velo rimane senz’esito. Anche se, incontrandolo per via, il passante turbato svicola, e se più di una donna dai nervi scossi è costretta a lasciare la chiesa durante il sermone, Mr. Hooper continua a essere il buon pastore di sempre, forse anche migliore. Solo una volta, rispondendo all’ennesimo invito a togliersi il velo, sembrano sfuggirgli parole meno elusive ed enigmatiche: «Prima o poi arriverà il momento in cui tutti noi dovremo toglierci il velo». Ma, giunto sul letto di morte e sul punto di passare a miglior vita, il velo gli viene lasciato, ed egli lo porterà nella tomba col suo mistero.
Aveva anche Hawthorne un suo mistero? Secondo il grande critico americano Leslie Fiedler, recentemente scomparso (autore dell’ormai introvabile Amore e morte nel romanzo americano pubblicato a suo tempo da Longanesi), Hawthorne, pur trattando il tema dell’incesto solo nell’Invocazione di Alice Doane, era ossessionato da storie che descrivessero i rapporti tra fratelli, storie che cominciavano sempre con l’amore e finivano con l’assassinio. C’era forse un nodo di questo tipo nella sua vita, il fantasma di una morbosa e antica fantasia incestuosa? Si può essere tentati di credere a quanti hanno affermato, senza dimostrarlo, che con la figura dell’incestuoso Pierre, di Pierre, o le ambiguità, Melville abbia voluto fare un ritratto psicologico dell’amico omaggiato Hawthorne, cui dedica nel 1851 Moby Dick.
Occorre forse tener presente, però, che la rappresentazione della fantasia dell’incesto nella simbologia romantica e nel romanzo «nero» rappresenta la trasgressione assoluta, la ribellione all’autorità paterna, la rivoluzione stessa. Questa rivoluzione può essere auto-annientatrice e patologica, come in Poe, dove l’ansia di abbracciare la sorella-sposa è anelito alla punizione di sé, alla caduta e alla morte, la vera unione essendo quella con la morte.
Tra i lettori dei racconti di Hawthorne, Edgar Allan Poe e Herman Melville meritano una menzione speciale, e il libro in questione ha il merito di offrire in calce le loro recensioni ai Racconti narrati due volte e ai Muschi da una vecchia Canonica. Le recensioni di Poe a Hawthorne sono tre. La prima è una scheda abbastanza distaccata; la seconda, sulla stessa raccolta, è più articolata e calorosa: «Come americani, dobbiamo esser fieri di questo libro»; la terza, sui Muschi, segna la parabola definitiva del suo giudizio: «Egli è peculiare e non originale... Egli è smisuratamente devoto all’allegoria e, finché persiste su questa strada, non potrà certo ambire alla popolarità».
Dopodiché Poe attacca gli amici e sodali di Hawthorne, il suo presunto localismo, il Trascendentalismo. Ma i crudeli arabeschi demoniaci della sua fantasia non potevano conciliarsi con la narrativa di Hawthorne. Ora, nel ’47, la cuginetta che aveva sposato tredicenne era morta di tubercolosi, e Poe lavorava solo alla cosmologia ontologica di Eureka!, e di lì a due anni sarebbe stato trovato privo di sensi per terra su una strada di Baltimora morendo poco dopo di delirium tremens.
Tutt’altra è l’importante recensione di Melville ai Muschi. I difetti trovati da Poe diventano qualità. Lo Hawthorne ritratto da Melville è un gigante epocale, unico e inarrivabile. Nella levità e ironia dei suoi racconti, c’è un’abile maestria compositiva, complessa e filigranata, e percepisce forse i semi hawthorniani che già germinano nel suo animo.