HEANEY L'11 settembre è in una poesia di Orazio

Inedito del premio Nobel irlandese sull’attentato alle Torri gemelle e la guerra in Irak

Com’è che propriamente l’arte si «guadagni da vivere» in un’epoca violenta è una vecchia questione che è stata posta in modi diversi in tempi diversi, dalle parole di Shakespeare - «Come con tanta furia può confrontarsi la bellezza/ la cui azione non è più forte di un fiore?» - a quelle di Milosz: «Com’è che la poesia non salva/ nazioni e persone?».
Un fatto è certo. Una poesia indispensabile ha sempre un elemento di sorpresa. Forse persino una sfumatura d’irrazionale. Sia per il lettore che per l’autore, avrà forza profetica, come se fosse un oracolo annunciato inaspettatamente e irresistibilmente. Arriverà come un dono della musa, o se preferite dell’inconscio. Sarà come il «fulmine luminoso» dell’ispirazione che, a dire di Robert Graves, gli arrivava dalla sua «Dea Bianca».
Una poesia essenziale arriva da - e si indirizza a - un luogo della psiche che Ted Hughes definì «il luogo dell’estrema sofferenza e decisione». Sia come nazioni che come persone, siamo stati tutti condotti a questa soglia. Atti terroristici freddamente premeditati, atti di guerra minuziosamente programmati, sono stati percepiti da tutti noi ora come eventi assimilabili della vita quotidiana, ora come una sorta di tremendo presentimento, quasi camminassimo accanto a noi stessi in un immenso teatro di sogni.
Se la poesia ha una virtù, sta nella sua capacità di farci riprendere i sensi in relazione a quel che accade dentro e fuori di noi. In quanto esseri umani, desideriamo questa realizzazione, e una delle prove più palesi di questo desiderio è stata la ricerca, generale e urgente, in seguito all’11 settembre, di poesie che fossero all’altezza del momento. Io ebbi la ventura di ricordare un’opera del passato apparentemente capace di reggere il confronto con la realtà brutale di quei giorni e della pietà e tenerezza che suscitò. Un’opera, peraltro, che i civili sotto le bombe potrebbero riconoscere come una sorta di rifugio per la mente, se non per il corpo. Un’opera che perlomeno continua a difendere il suo terreno artistico anche mentre le macerie crollano.
È una poesia tremenda, nel senso letterale della parola. Tratta della terra tremens, il contrario della terra firma. Del tremore che scende fin nelle fondamenta della terra quando rimbomba il tuono, e del tremito di paura che afferra l’intimo dell’individuo che lo percepisce.
È stata scritta più di duemila anni fa da Orazio, poeta di Roma, ma avrebbe potuto essere stata scritta ieri a Bagdad. Orazio vi esprime lo shock che provò quando Giove, dio del tuono, scaraventò la sua biga attraverso un cielo perfettamente sereno. Sottintende che di solito era preparato al fulmine e al tuono perché nell’ordine delle cose prima si ammassano le nuvole e c’è un senso di minaccia nell’atmosfera. Ma questa volta il dio è arrivato così improvvisamente che non c’è stato tempo di prepararsi al suo tremendo rumore e furore. Sembra che la sicurezza stessa del cosmo sia in pericolo.
La poesia è composta di quattro strofe, e possiede un’inquietante forza profetica che conferisce a tutto l’antico scenario romano una sinistra risonanza contemporanea. Eccola in una vecchia traduzione in prosa lievemente ritoccata. La patina antiquata è probabilmente utile perché mantiene la poesia (per il momento) a una certa distanza culturale e storica:
«Sono stato un riluttante e sporadico devoto degli dei, ho seguito la mia strada e la comune pazzia, ma ora sono costretto a forza a rientrare in me, a invertire la rotta e ripercorrere il cammino che avevo abbandonato: infatti il Padre del cielo, che per lo più scaglia il fulmine abbagliante dalle nuvole, è passato con i cavalli tonanti e il carro alato nel cielo limpido; e ne tremano la terra bruta e i fiumi vagabondi, lo Stige e l’orrida sede dell’odiato Tenaro, e anche i limiti del mare dove poggia Atlante. Di mutare il più alto col più basso il dio ha facoltà; rende vile l’uomo insigne, portando alla luce ciò che è nascosto: la Fortuna, come un rapace, si innalza, strappa la corona a questo, e gode di porla in testa a quello».
Ovviamente, c’era una corrispondenza inquietante fra le parole «valet ima summis mutare et insignem attenuat deus» (il dio ha facoltà di mutare le cose più alte nelle/con le più basse), e le immagini oniriche e ferali delle Torri Gemelle del World Trade Center attaccate e abbattute; e c’era un parallelo analogamente inquietante fra il riferimento alla dea predace come «rapax fortuna» e la fatalità dell’attacco terroristico, poiché l’irruzione della morte in quel mattino a Manhattan produsse non solo un dolore che oscurò il mondo per tante famiglie e amici delle vittime, ma ebbe anche l’effetto di oscurare il futuro con la prospettiva di ritorsioni altrettanto mortali. Bombardieri Stealth che colpiscono le impervie regioni dell’Afghanistan, «Stupore e Terrore» scatenato dal cielo notturno sull’Irak, tutto sembra parte della mortale pioggia radioattiva discesa dal carro del tuono nel limpido mattino di Orazio.
Tuttavia, l’originale è una poesia di timore religioso piuttosto che un qualche commento politico o risposta cifrata a eventi storici. È la voce di un individuo spaventato da ciò che può accadere, sicché la frase «tutto può succedere» potrebbe essere una traduzione appropriata per il secolo XXI del latino «valet... deus», in quanto esprime le improvvise casuali desolazioni degli anni iniziali del nuovo millennio.
(Traduzione
di Massimo Bacigalupo)