Hedda Gabler: il gioco crudele del «dialogo»

Il loro successo deriva essenzialmente dalla capacità di sdoganare le costruzioni più sottili dei testi; di rielaborare trame e parole in un linguaggio scenico vivace, fisico, immediato e arioso; di restituirne, sotto l’energia di allusioni argute e «rimbalzanti», le pieghe più inquietanti, nascoste e attuali. Insomma, Elena Bucci e Marco Sgrosso, meglio conosciuti come «Le belle bandiere», fanno un teatro vivo, che possiede l’arguta freschezza di un linguaggio originale e, al contempo, teatralissimo. Esempio ne sia il godibile allestimento de Le smanie per la villeggiatura di Goldoni visto l’anno scorso al Valle e vincitore del Premio Olimpici Eti come miglior spettacolo 2007. Ed esempio ne sia pure l’ultima fatica del gruppo (coprodotta dal CTB): una Hedda Gabler di Ibsen dove otto sedie e una serie di quadrati concentrici disegnati a terra bastano a evocare una grande villa borghese di fine Ottocento arredata di salotti e quadri alle pareti. Ma bastano, tanto più, a circoscrivere, come fossimo nel perimetro di un ring, i duelli dialogici (e psicologici) tra i personaggi, i disagi espressi e quelli taciuti, la normalità apparente e il sostanziale senso di lontananza da sé e dagli altri.
«In questo olimpo per dèi mortali - spiega la Bucci, regista e interprete - non si fa che attendere una soddisfazione futura e, nella noia spesso dichiarata, la vitalità si rifugia nel gioco del parlare, distillato in partite crudeli che misurano il potere di uno sull’altro, secondo un codice raffinato ed ipocrita».
E se Ibsen è a tutti gli effetti l’autore moderno e premonitore che tutti conosciamo, questo lavoro gli renderà senza dubbio ragione, rendendocelo più vicino che mai: non perdetelo. Debutto questa sera al teatro India (Sala B).