HEIDEGGER La filosofia è come una selva oscura

Antonio Gnoli e Franco Volpi indagano sull’autore di «Essere e tempo» interpellando chi lo conobbe di persona. Una ricerca sull’«ultimo sciamano»

Antonio Gnoli e Franco Volpi non sono Fruttero e Lucentini. Anche perché agiscono più spesso disgiunti. Ma sono una coppia ugualmente affiatata e anche piuttosto imponente. Dopo averci già dato tre libri notevoli (I prossimi titani. Conversazioni con Ernst Jünger, Adelphi, l’edizione di Ferdinand Bordewijk, Blocchi, Bompiani, e Il Dio degli acidi. Conversazioni con Albert Hofmann, Bompiani), ci danno ora il più notevole: L’ultimo sciamano. Conversazioni su Heidegger (Bompiani, pagg. 138, euro 6,80). Per questo libro il primo e il terzo dei precedenti sembrano preparazioni. Infatti, l’interesse di fondo per tutta l’epoca degli intervistati, per la sua temperie culturale, che già traspariva dalle conversazioni con Jünger e Hofmann, è diventato qui l’oggetto principale, con al centro la personalità dominante della filosofia del Novecento e della cultura tedesca in particolare, Martin Heidegger.
Di Heidegger Volpi, germanista principe, dotato delle conoscenze e della strumentazione più moderne e complete, ha al suo attivo una sequela di traduzioni che costituiscono un’opera ciclopica. La parte di Gnoli è meno appariscente, ma non meno importante, non solo per le sue anche vaste conoscenze in questo campo, ma altresì per la grande esperienza acquistata nella cura, ora sotto Paolo Mauri, delle pagine culturali de la Repubblica. Il frutto maturo di questa collaborazione si vede chiaramente anzitutto dalla stringata pregnanza dell’«Introduzione» e delle piccole, illuminanti sintesi premesse alle singole conversazioni, e poi dall’orchestrazione e dalla formulazione delle domande. Anche se alcune di esse sono fatte in seguito alle risposte ottenute a domande precedenti, le domande degli intervistatori sono chiaramente organizzate a disegno e, equidistanti dal rispetto umano e dall’impertinenza, sono improntate a un’essenzialità e a un rigore che non si trovano in genere in altre interviste. Il lettore interessato si sente formidabilmente rappresentato nella sua curiosità per i grandi personaggi con cui e di cui si parla e nel suo interesse per un’epoca culturale indubbiamente grandiosa, col suo bene e col suo male, che ancora fortemente illumina la nostra, ma ormai coi raggi del sole all’occaso.
Questa è infatti la sensazione principale che si ricava dalla lettura di queste conversazioni: si ascoltano per un’ultima volta testimoni e protagonisti, alcuni intanto defunti, di un’epoca al tramonto. Benché sia difficile, infatti, negare un legame organico, dialettico quanto si vuole, fra i grandi spiriti delle epoche che si succedono - un passaggio del testimone di vetta in vetta - sulle pianure della storia le epoche trapassano, cedendo il posto ad altre che si presentano completamente diverse, animate da tutt’altro pathos e disinteressate all’eredità delle precedenti. Per esempio: che fine ha fatto Marx, che per tanti decenni è stato al centro dell’attenzione? E Marcuse? E Croce? E che fine farà forse tra poco anche Heidegger, scavato, lodato e criticato ormai fino all’usura? Certo è possibile, anzi probabile, che egli, e con lui Jünger, Schmitt, Husserl, Gadamer, Nolte, Mohler e altri, siano fra poco commessi al passato. La ruota del tempo gira, dice Nietzsche, facendo e disfacendo meta su meta. Ma intanto, in questo libro, essi sono ancora vivi, con i loro problemi e le loro proposte, come in realtà saranno sempre, cioè anche dopo che il chiasso dell’epoca si sarà spento, nella storia della cultura europea e tedesca.
Il lettore memore e appassionato troverà dunque sostanzioso nutrimento in questo libro, a cominciare dalla prima conversazione, quella col figlio di Heidegger, che poi è solo il figlio della moglie e di un altro uomo (con cui Elfride Heidegger ripagò evidentemente il marito dei suoi tradimenti, non solo con Hannah Arendt), come egli stesso testimonia, e a finire con l’ultima, quella con Armin Mohler, noto soprattutto per il suo La rivoluzione conservatrice, ma autore anche di un prezioso carteggio con Carl Schmitt (280 lettere di Schmitt) che, per la sua importanza nella cultura del Novecento, gli intervistatori collocano accanto a Heidegger. E proprio per questo, certamente, di lui in questo libro si parla non meno che di Heidegger, col quale aveva in comune stranezza, grandezza ed enigmaticità.
L’intervista a Hermann Heidegger è intitolata Mio padre e il nazismo. Ma per fortuna questo non è il solo tema dell’intervista. Perché su questo tema non c’è veramente molto da dire, dal momento che si riconosce unanimemente che Heidegger aderì al nazismo e però poi ebbe con esso vita difficile. Come può in realtà un filosofo andare d’accordo con le rozze gerarchie di un partito, e di un partito spaventosamente rigido com’era il partito nazista? Anche essendo ben disposta, una personalità forte e autonoma, come quella di Heidegger e anche quella di Jünger, non può che rivoltarvisi, finire all’opposizione. Non per questo, tuttavia, Heidegger e Jünger si possono affrancare da una partecipazione in profondità allo spirito del nazismo, che era del resto lo spirito del tempo. E per questo bisogna lasciar perdere gli episodi personali e badare alla dottrina.
Badando alla dottrina, tuttavia, non si può negare che l’estetismo fin nella concezione della guerra, fin nella predilezione eraclitea dell’uno che vale più di centomila (anarca, superuomo, Gewaltmensch) non abbia legami profondi con lo spirito del nazismo, come non si può negare che li abbia, dopo Essere e tempo, la dottrina di Heidegger, alla quale ci si appella in genere in senso contrario. Nel libro si dice che egli non disse mai che bisognava tornare al medioevo. Non aveva bisogno di dirlo. Lo implicava in ogni altro modo e in particolare negando che dopo il medioevo ci fosse stato l’evo moderno, col Rinascimento e tutto ciò che questo significa. Anche un pensiero grandioso, come il suo indubbiamente è, può dilatare all’infinito istinti meschini, che qui sono gli istinti di un contadino retrogrado, di un Hinterwäldler, come i tedeschi chiamano quelli che vivono dietro i boschi, e Hiterweltler, come Nietzsche chiama quelli che vivono in un mondo dietro il mondo, i metafisici. Tale Heidegger era, con un’idea misteriosissima dell’essere che per molti studiosi, specie tedeschi, è appunto il Dio medioevale.
Ma molte, molte sono le cose di grande interesse in questo libro. In particolare la storia che ne viene fuori, non solo dei comportamenti di questi personaggi, ma anche dei rapporti intercorsi tra loro, in cui si consuma ripetutamente il dramma del pubblico che squassa, che non lascia vivere il privato, in altri termini dei contrasti e delle opposizioni, che sorgono come draghi nel bel mezzo dei rapporti più idillici, che infrangono amori e amicizie, dettano riservatezze e risentimenti e però talvolta anche attizzano o riallacciano comunioni vicine alla sublimità. Più ricco di tutti è comunque il bottino di cultura che il lettore porta a casa quasi senza spesa, anzi dopo aver goduto di una lettura tra le più vivaci e attraenti. Perché su Heidegger, Schmitt, Gadamer, Jaspers eccetera è difficile ancora oggi, anche ai più esperti, pronunciare giudizi chiari e fruibili. In questo libro ve ne sono molti, che si possono raccogliere come fichi maturi. Dunque, per il rapporto costo-guadagno, è questo un libro di impareggiabile valore, ed è una fortuna che il lavoro di Gnoli e Volpi lo abbia messo, in forma leggiadra, a nostra disposizione.