HEMINGWAY Uno straniero a Cuba

nostro inviato a L’Avana
La Cuba di Hemingway è ancora una buona esca per turisti. Subito fuori L’Avana, a San Francisco de Paula e a Cojimar, ci sono la sua casa e il suo porto, subito dentro, nel cuore della città vecchia, il suo albergo e i suoi bar. Nel quartiere di Miramar, ogni estate c’è la gara di pesca come da regolamento da lui stabilito. Busti in bronzo, targhe e fotografie contrassegnano i luoghi, un daiquiri, il Double Papa, porta il suo nome. In nessun altro Paese soggiornò così a lungo, un buon quarto di secolo. Eppure a nessun altro Paese restò in fondo così estraneo. Dietro la Cuba hemingwayana per turisti c’è l’equivoco cubano di Hemingway.
Cominciò che lo scrittore era già morto, Castro aveva da poco preso il potere, la Rivoluzione era ancora in marcia. Lui e El Comandante en Jefe avevano fatto a tempo a incontrarsi. Una foto li ritrae, un vecchio dalla barba tutta bianca, un giovane dalla barba tutta nera, il 15 maggio 1960: Fidel ha le mani ingombre di coppe, un sigaro fra le dita, Ernest un vistoso cerotto sul dorso della sinistra. Di lì a due mesi Hemingway se ne andrà sapendo che sarà per sempre. Adios Cuba: la situazione politica è pesante, le relazioni fra i barbudos e gli Stati Uniti tese. E in più c’è la salute che lo fa preoccupare, la scrittura che lo fa dannare. Non ci vede bene, ha problemi di pressione, di memoria, soffre di depressione e di manie persecutorie. Ogni mattina si mette al lavoro, ma ha perso la misura, il tocco, la capacità di scegliere le parole giuste. È verboso, retorico e noioso: lo sa, ma non sa più come uscirne. Se si guarda allo specchio quasi non si riconosce. Ancora un anno e si sparerà in bocca. Adios Hemingway.
Adios Hemingway è anche il titolo del romanzo di Leonardo Padura in cui per la prima volta un autore cubano racconta «l’equivoco» Hemingway e non la sua agiografia. C’è voluto il nuovo secolo perché ciò avvenisse. I quarant’anni e passa dalla morte si sono rivelati impietosi per l ’immagine pubblica e private dello scrittore: mitomane, millantatore, sadico, esibizionista, egoista, alcolizzato.
Ma non hanno risparmiato neppure la rivoluzione castrista e il Fidel Mentira barbuda, barba bugiarda: una satrapia e non una democrazia, il sogno egalitario che si rivela un incubo concentrazionario, repressione e non diritti civili. Così, se quello umanamente non è più un blasone di cui potere andare fieri, questa non è più un’insegna da sventolare con fierezza. E tanto vale, allora, che ciascuna vada per la sua strada.
Opera di finzione e non biografia o saggio critico, il libro di Padura mette in scena il ritrovamento, alla fine degli anni Novanta, nel giardino della Finca Vigìa - la casa di Hemingway trasformata in museo l’anno successivo alla sua morte - di ciò che resta di un cadavere assassinato negli anni Cinquanta, al suo fianco un’insegna dell’Fbi. Nelle indagini viene coinvolto un ex poliziotto, Mario Conde, che ha abbandonato la carriera per correre dietro ai suoi sogni di scrittore. E Conde accetta di indagare perché ciò gli permette di regolare i conti intellettuali con chi tanto lo influenzò ai tempi dell’apprendistato letterario, e quelli ideologici con l’icona celebrata a beneficio dei suoi connazionali e dei turisti e in spregio degli odiati yankee, l’Hemingway innamorato di Cuba e dei cubani, cittadino ad honorem e revolucionario in pectore...
Man mano che l’inchiesta procede, Conde trova la conferma di quello che in fondo ha sempre pensato, ma mai ammesso: l’unica cosa sincera del rapporto fra l’isola e lo scrittore è la testa in bronzo voluta e pagata dalla gente di Cojimar per onorarne la memoria, ovvero il saluto di pescatori e marinai a uno di loro. Il primo omaggio postumo che egli ricevette, eppure il meno citato e celebrato...
Tutto il resto è fuffa retorica, a partire dalla Marina destinata al jet-set per finire a quel museo in cui a bordo piscina sono stati persino messi i resti della sua barca, la Pilar. Fuffa retorica che copre la realtà di uno che non si è mai veramente mischiato alla vita dei cubani, non è mai entrato in una casa, partecipato a un ricevimento, frequentato un intellettuale, avuto un’avventura sentimentale, espresso una critica politica o sociale. Uno straniero, insomma.
Padura appartiene a quella frangia di scrittori cubani che da Cuba non se ne sono andati e nei suoi romanzi c’è la vita quotidiana di una nazione troppo impegnata a sopravvivere per avere certezze o nutrire illusioni. Adios Hemingway arriva vent’anni dopo l’interessante e patetico Hemingway a Cuba di Norberto Fuentes. Interessante perché pieno di annotazioni, testimonianze, aneddoti, ricostruzioni. Patetico perché quando il volume uscì Fuentes era ancora un intellettuale organico al regime (se ne sarebbe distaccato, in maniera soft, un decennio dopo), quest’ultimo aveva ancora un suo appeal, l’immagine dello scrittore ancora reggeva e la tesi sostenuta era appunto quella di un Hemingway se non vicino certo non ostile a Castro e alla rivoluzione cubana.
Tesi ardua, non foss’altro perché il governo di Batista era stato quello con cui Hemingway aveva tranquillamente convissuto (gli concesse persino un’onorificenza, e lui accettò), che lo stesso Batista nel 1940 era stato eletto con l’appoggio del Partito comunista, che negli anni Quaranta e Cinquanta la corruzione non impediva la prosperità. Come dirà Guillermo Cabrera Infante: «Cacciammo Batista perché era un criminale e truccava le elezioni. Non per cambiare dittatore». La storia cubana, insomma, è più complessa e il periodo batistiano più sfaccettato della ricostruzione agiografica castrista di Fuentes. Se non lo si capisce, la domanda principale del libro: «Perché Hemingway scelse Cuba al punto di risiedervi così a lungo?» rimane senza risposta. Come infatti accade.
In realtà, l’unica risposta vera è quella del semplice monumento di Cojimar, ovvero emozionale e individuale, il vitalismo non gravato né guastato da complicazioni intellettuali o da preoccupazioni sociali, teso al proprio benessere e alla propria scrittura. all’Hotel Ambos Mundos prima, alla Vigìa (La Vedetta) poi, Hemingway trovò la cornice ideale per dare sfogo a una visione del mondo asociale che irradiava da se stesso e in se stesso si esauriva. Cuba gli permetteva di far finta che l’unico governo di cui dovesse tener conto fosse il proprio, il che, per uno che aveva scritto di «detestare qualsiasi maledetto governo, nessuno escluso», era il massimo. Come primo cittadino stabiliva le regole e le affiliazioni, i divertimenti e le prerogative. C’era l’Ordine Reale dei Mangiatori di Gamberetti («i suoi membri mangiano la testa e la coda»), la liturgia dei daiquiri (il record era 16 in una serata), l’iniziazione alla pesca del marlin, le gare di tiro al piccione, le feste in casa con annessa ubriacatura, le esibizioni come improvvisato domatore di leoni...
Tutto era propedeutico e/o autocompensativo per la scrittura, il fine ultimo. Cuba, la gente di Cuba, i colori di Cuba, il mare di Cuba non furono altro, insomma, che fondali per la sua vita che poi si rispecchiava nella sua opera. La Teraze di Cojimar, la Bodeguita e il Floridita, oggi nomi e luoghi da turismo guidato, rimangono la testimonianza di una passione estrema e di un gusto ingordo per la vita. Ma come icone di un percorso «rivoluzionario», o almeno «sociale», fanno ridere.
Nel romanzo di Padura c’è la ricostruzione di una nuotata nella piscina della Finca Vigìa, durante la quale Ava Gardner, amica e spesso ospite dello scrittore, si esibisce in tutta la sua provocante nudità. È una ricostruzione, se non vera, verosimile: nel 1957, al ricevimento dell’ambasciata britannica per il compleanno della regina Elisabetta, Ernest si era presentato con lei a braccetto. Nell’euforia dei brindisi, l’attrice era saltata su un tavolo, si era sfilata le mutandine e le aveva agitate davanti agli ospiti come fa un toreador con la cappa. Edward Scott, editore dell’Havana Post e fervente suddito di sua Maestà aveva considerato la scena disdicevole e protestato di conseguenza. «Ti spacco in due» aveva replicato Hemingway.
Il suo tramonto cubano fu inizialmente malinconico, poi disastroso. Ma c’era stata anche una lunga primavera, gonfia di certezze e di promesse, quella di un uomo in pieno vigore fisico e creativo, che sull’isola aveva comprato una casa, ormeggiato una barca, cambiato due mogli, scritto molti romanzi. «Io devo scrivere per essere felice, che mi paghino o no» aveva confessato una volta. «Ma è una malattia questa fin dalla nascita. Mi piace farlo. Il che è anche peggio. Perché trasforma la malattia in vizio. Poi voglio farlo ancora meglio di chiunque altro e diventa un’ossessione. Un’ossessione è una cosa terribile». Quando la terapia è anche la malattia, non c’è salvezza. Adios Hemingway.