HENRY JAMES Un coccodrillo per Mrs. Stormer

In questa pagina pubblichiamo la prima parte di un racconto di Henry James (1843-1916) dal titolo Greville Fane</B>, inedito in Italia. Con altri tre racconti dello stesso autore compone il volume Il mestiere dello scrittore</B>, pubblicato da Ibis Edizioni, che verrà presentato durante «Parole nel tempo», l’annuale appuntamento dedicato alla mostra mercato della piccola editoria che si svolge domani e domenica al Castello di Belgioioso (Pavia). Il lavoro dello scrivere è un tema molto sentito da James. Già nella raccolta di racconti edita da Ibis con il titolo di Tre ritratti</B>, egli aveva affrontato il tema del rapporto tra l’artista e la sua opera.

Rientrato in casa a cambiarmi d’abito per la cena, trovai ad attendermi un telegramma: «Mrs. Stormer è moribonda: puoi buttar giù mezza colonna per domani sera? Dì pure quello che pensi, ma cerca di non infierire». Non avevo molto tempo per pensarci, ma azzardai ugualmente una risposta: «Farò del mio meglio». Non fu che più tardi, quando, rivestitomi, stavo raggiungendo in carrozza il luogo della cena, che riflettei sulla difficoltà del compito che mi attendeva. La difficoltà, naturalmente, non consisteva tanto nel formulare un giudizio relativamente benevolo sul suo conto, quanto nel giustificarlo adeguatamente. «Sarà meglio che eviti di dare spiegazioni», mi dissi. Non l’ammiravo, ma in qualche modo mi piaceva, e l’avevo conosciuta per così tanto tempo che mi sentii a disagio, quasi tacciabile di insensibilità, a starmene, in un’ora simile, nel bel mezzo di una folla festevole e indifferente. Devo aver dato l’impressione di avere la testa altrove, e in effetti i primi anni della nostra conoscenza mi ritornavano via via alla mente. Cercai di parlarne con la signora che avevo accompagnato alla cena, ma la signora in questione non aveva mai sentito nominare Greville Fane. Feci un tentativo con l’altra mia vicina, la quale tuttavia definì i suoi libri «troppo volgari». Non che mi avessero mai entusiasmato, ma io non l’avrei liquidata in modo così sbrigativo e brutale.
Venni via presto, con il preciso intento di recarmi ad assumere qualche informazione su di lei. Il viaggio richiese un certo tempo, perché la scrittrice viveva nella zona nordoccidentale di Londra, nelle vicinanze di Primrose Hill. Il mio timore di arrivare troppo tardi risultò giustificato in un senso più ampio di quello che io avevo inteso annettere all’espressione. Avevo paura che la casa fosse già chiusa. Invece dalle finestre filtrava la luce e il tintinnìo discreto della mia scampanellata fece sì che un domestico fosse subito alla porta; ma la povera signora Stormer era passata a una condizione dalla quale nessun suono di campanello di nessun visitatore avrebbe potuto scuoterla. Una signora che indugiava dietro il domestico si fece avanti nell’ingresso non appena udì la mia voce. Riconobbi Lady Luard, che invece mi aveva scambiato per il dottore.
«Chiedo scusa per essermi presentato a quest’ora», dissi; «sono venuto nel primo momento in cui mi è stato possibile, dopo aver appreso la notizia».
«È tutto finito», rispose Lady Luard. «Povera cara mamma!».
Era alta, rigida, fredda, e queste caratteristiche, al pari di altre nel suo abbigliamento, nel suo modo di comportarsi, e persino nel suo nome sembravano esser lì a suggerire quanto fosse degna di essere ammirata. Non ho mai avuto occasione di approfondire l’argomento, ma questo è soltanto un dettaglio. Espressi i miei sentimenti in maniera franca e concisa, mentre la piccola cameriera dal viso pieno di efelidi si appiattiva contro la parete dello stretto vestibolo cercando di apparire discreta e al medesimo tempo non indifferente. Non era certo il momento più adatto per una visita, ed io ero sul punto di ritirarmi, quando Lady Luard mi fermò, chiedendomi, in tono alquanto strano, quasi strascicato e apparentemente casuale: «Per caso... per caso non vorrete scrivere qualcosa...». Mi sentii per un attimo come un infame cronista, cosa che non ero affatto; ma mi confessai colpevole di questa intenzione. Al che lei replicò: «Mi fa molto piacere, ma penso che dovreste parlarne con mio fratello». Detestavo suo fratello, ma non era certo quello il momento di manifestare la mia antipatia. Acconsentii perciò a essere introdotto in una piccola stanza sul retro che, con mia grande sorpresa, riconobbi immediatamente come la scena dell’imperturbabile operosità di Mrs. Stormer durante gli ultimi anni. C’era il suo tavolo, malconcio e pieno di macchie d’inchiostro, accessorio indispensabile delle sue innumerevoli sbadataggini letterarie, con il suo limitato spazio per le braccia (lei scriveva soltanto dal gomito in giù) e una confusione di fogli volanti pieni di scarabocchi che erano già diventati cimeli letterari. Leolin era lì pure lui, intento a fumare una sigaretta accanto al fuoco, e non riusciva a celare l’impudenza del suo sguardo neppure nel dolore, per quanto sincero questo potesse essere. \
Lei giaceva al piano di sopra, muta per sempre, morta come un libro che non ha avuto successo, e quel suo porsi eretto e arrogante era come un simbolo della sua funzione assassina. Mi domandai se, con la sorella, avevano già fatto il calcolo di quanto avrebbero potuto ricavare dai foglietti sparsi sul tavolo; ma non dovetti attendere a lungo per saperlo, giacché in risposta alle poche parole di condoglianza che gli avevo rivolto, sbottò: «È terribile, è davvero terribile; ma ha lasciato tre libri completi». Le sue parole ebbero uno strano effetto, riuscendo a tramutare l’angusta stanzetta in ufficio commerciale \ : avrebbe certamente ottenuto il massimo per ciascuno dei tre. Lady Luard mi spiegò che suo marito era con loro, ma aveva dovuto assentarsi per andare alla Camera dei Lord. A suo fratello disse che io avrei scritto qualcosa e, rivolta di nuovo a me, manifestò la speranza che io avrei «reso giustizia a mamma». \ Quindi, rivolta a suo fratello: «Non credi che ci siano delle cose che dovrebbe poter comprendere a fondo?». E, alla sua immediata risposta «Oh, sì, a fondo!» proseguì, in tono piuttosto serio: «Voglio dire, sulla nascita di mamma».
«Certo, e sulla sua parentela», Leolin aggiunse.
Dichiarai la mia piena disponibilità e per cinque minuti non feci che ascoltare. Ma sarebbe eccessivo dire che comprendessi pienamente ciò che mi disse. Nemmeno ora l’ho compreso appieno, ma la cosa non ha molta importanza. La mia visuale riguardava aspetti diversi da quelli che si sforzarono di chiarirmi, e mentre essi mostravano il desiderio che non ci fossero equivoci circa i loro antenati, io divenivo sempre più severo nei loro stessi confronti. Me ne andai non appena mi fu possibile e mi incamminai a piedi verso casa, attraverso la grande Londra, deserta e polverosa: la condizione migliore per riflettere. Quando raggiunsi l’ingresso della mia abitazione il mio articolo era praticamente scritto, pronto per essere trasferito il giorno dopo sulla carta dal levigato cliché della fantasia. Credo che sia stato oggetto di qualche attenzione, giudicato «benevolo» e non attribuito a me. Dovevo essere pungente senza essere troppo vivace e la cosa richiese una certa fatica. Ma ciò che scrissi fu assai meno interessante di ciò che mi accadde di pensare, specialmente durante la mezz’ora che trascorsi accanto al fuoco, fumando il sigaro che ho l’abitudine di accendermi prima di andare a letto. Ci andai, infine, a letto, ma seguitai per un po’ a moraleggiare su Greville Fane. Sono un po’ riluttante a cancellare del tutto questa visione retrospettiva, della quale questa non è che un pallido ricordo non destinato a essere «utilizzato». Quella cara donna aveva scritto un centinaio di storie, ma nessuna curiosa quanto la sua.
(Traduzione di Piero Pignata)