Henry: «Vorrei entrare nella storia del calcio»

da Londra
Prima Ronaldo, poi Moratti, ora Ronaldinho. Tutti pazzi per Titì, il più desiderato, il più corteggiato. Carismatico, ambizioso, dal talento smisurato, è Thierry Henry. Pur di trattenerlo a Londra l'Arsenal gli ha appena proposto un sontuoso rinnovo: nove milioni di euro all'anno fino al 2010. Una cifra colossale pur di non vederlo partire. Dopo l'addio di Patrick Vieira, ora è lui il capitano, il leader, il condottiero dei Gunners, un'alchimia ancora in divenire di vecchi marpioni e giovani di brillantissime speranze.
Se in campionato non sono bastati i suoi 19 gol per restare agganciati al treno delle prime posizioni (l'Arsenal è quinto, staccato due lunghezze dal quarto posto del Tottenham, ma lontano un'infinità dalla capolista Chelsea), in Champions Henry ha saputo lasciare il segno. Sei presenze, quattro gol, l'ultimo dei quali - bellissimo, realizzato a Madrid - è costato l'eliminazione al Real. Proprio nei giorni in cui Ronaldo lo indicava come suo successore ideale al Bernabeu: «Thierry è come me, ormai non deve più dimostrare nulla a nessuno. In questo momento è il migliore, con la palla tra i piedi è imprendibile».
Lusinghe, corteggiamenti, promesse. Con il contratto in scadenza nell'estate 2007, la sua carriera è arrivata a un bivio. Da una parte la famiglia Arsenal, il suo mentore Arsene Wenger e la scommessa di ricostruire una squadra di imbattibili, come quella dell'era pre-Chelsea, capace di restare senza sconfitte per 49 partite consecutive di campionato (record assoluto in Inghilterra). Dall'altra la tentazione di comporre un tridente delle meraviglie con Ronaldinho e Lionel Messi (vedi opzione Barcellona) o, in alternativa, la rivincita italiana che gli offre l'Inter.
Dalla sua splendida casa di Hampstead (nord di Londra, nove milioni di euro il valore) l'interessato tace, rimandando ogni decisione al termine della stagione: «Non è il momento di parlare del mio contratto, ci sarà tempo più avanti per discuterne con Wenger e i dirigenti dell'Arsenal. Loro sanno già cosa mi aspetto. Io voglio giocare in una squadra che punti sempre ai massimi traguardi», dice Henry con quella parlata da filosofo meditabondo. Sulla sua strada c'è ancora la Juve, stavolta da avversario. Nell'estate ’99 se n'era andato dopo appena sei mesi. Non si divertiva a Torino, relegato a centrocampo, troppo lontano dalla porta. «Nei primi mesi all'Arsenal è stato come tornare a scuola. Ho dovuto letteralmente ristudiare i movimenti dell'attaccante», ricorda ora, senza livori polemici. «Si impara sempre dai propri errori. Quando ero giovane cercavo di fare solo ciò che volevo fare e non quello che la partita richiedeva. Sta tutta qui la mia maturazione».
L'ultima volta di Henry in Italia risale al novembre 2003, una vittoria per 5-1 contro l'Inter. I suoi primi due gol a San Siro. «È l'unica partita della mia carriera che ho rivisto in tv. Non so perché ma è stata una notte speciale, insolita, che mi ha dato fortissime sensazioni. Dovevamo vincere per qualificarci e ci siamo riusciti in maniera spettacolare». La sua ossessione, che poi finirà per guidarne la scelta quest'estate, è di «entrare nella storia del calcio». Il Mondiale e l'Europeo conquistati con la Francia non gli bastano, né i numerosi premi personali. «Thierry è ambizioso e intelligente. Quando queste due componenti si accompagnano, si ha a che fare con un giocatore che migliorerà sempre, giorno dopo giorno. Proprio come Henry, che domani sarà sicuramente più forte di oggi». Parola di Wenger, che sette anni fa lo convinse: «Non perdere tempo sulla fascia: tu sei un numero nove, il tuo mestiere è fare gol».